Sole

Tutti i numeri della nostra stella

Figura 1 — Loop coronali ripresi dal Solar Dynamics Observatory (SDO) della NASA tra il 13 e il 14 maggio 2014: anelli di plasma stretti e luminosi e altri più ampi e sfumati oscillano sopra una regione attiva del Sole, mentre una nube di plasma più scura viene trascinata dai campi magnetici in tensione tra loro. Credit: NASA/Solar Dynamics Observatory
Il Sole in breve

Il Sole è un grande meccanismo naturale che, a somiglianza degli esseri viventi, è in grado di trasformare massa in energia. Lo fa da miliardi di anni con sorprendente regolarità e continuerà a farlo per altri miliardi di anni. Ma aumenterà anche gradualmente di dimensioni e di luminosità fino a rendere la Terra arida e inabitabile. Ci rimane in realtà “solo” un miliardo di anni per fare i bagagli e trovare un altro pianeta da colonizzare.

Quando parliamo di vita del Sole (o di qualsiasi altra stella), ci riferiamo specificamente all’arco temporale in cui le condizioni fisiche al suo interno rendono possibile quel processo di trasformazione della materia e di generazione dell’energia che è la fusione nucleare. È questa la fonte di energia che mantiene il Sole in equilibrio idrostatico, contrastando la tendenza a collassare sotto la spinta della sua stessa gravità, e fa della nostra stella una fonte costante di luce e di calore.

In una stella in equilibrio idrostatico, ogni punto si trova in una condizione di inerzia, nella quale due spinte contrapposte, la gravità diretta verso l'interno, e la pressione del gas e della radiazione verso l'esterno, si annullano reciprocamente.
Figura 2 — In una stella in equilibrio idrostatico, ogni punto si trova in una condizione di inerzia, nella quale due spinte contrapposte, la gravità diretta verso l’interno, e la pressione del gas e della radiazione verso l’esterno, si annullano reciprocamente. Crediti: James Schombert, University of Oregon (modificato)

Ma cosa innescò la fusione nucleare nel Sole e la mantiene attiva da miliardi di anni? Come funziona esattamente il meccanismo di produzione dell’energia al centro della nostra stella? Quanta energia è in grado di generare? Quanto a lungo durerà?

Questo lungo viaggio attraverso i processi e le strutture della nostra stella cerca di fornire una risposta divulgativa e al tempo stesso esauriente a tutte queste domande, con un accento particolare sulle curiosità e i numeri, immancabilmente grandi, che riguardano la “macchina”-Sole: numeri attinti dalle fonti scientifiche più autorevoli oppure ricavati con semplici calcoli dai dati disponibili.

E, a proposito di numeri grandi, è meglio cominciare subito a prendere confidenza con le grandezze con cui avremo a che fare tra poco.

Termini usati per descrivere grandi numeri 1#

NumeroNotazione scientificaEquivale a
$1$ miliardo$1 \times 10^9$mille milioni
$1$ bilione$1 \times 10^{12}$mille miliardi
$1$ biliardo$1 \times 10^{15}$mille bilioni
$1$ trilione$1 \times 10^{18}$mille biliardi
$1$ triliardo$1 \times 10^{21}$mille trilioni
$1$ quadrilione$1 \times 10^{24}$mille triliardi
$1$ quadriliardo$1 \times 10^{27}$mille quadrilioni
$1$ quintilione$1 \times 10^{30}$mille quadriliardi
$1$ quintiliardo$1 \times 10^{33}$mille quintilioni
$1$ sestilione$1 \times 10^{36}$mille quintiliardi
$1$ sestiliardo$1 \times 10^{39}$mille sestilioni
$1$ settilione$1 \times 10^{42}$mille sestiliardi
$1$ settiliardo$1 \times 10^{45}$mille settilioni
$1$ ottilione$1 \times 10^{48}$mille settiliardi
$1$ ottiliardo$1 \times 10^{51}$mille ottilioni
$1$ novilione$1 \times 10^{54}$mille ottiliardi
$1$ noviliardo$1 \times 10^{57}$mille novilioni
$1$ decilione$1 \times 10^{60}$mille noviliardi
$1$ deciliardo$1 \times 10^{63}$mille decilioni

Numeri a parte, parleremo di fenomeni che hanno a che fare con il calore, la pressione, la densità, il tempo, la distanza, la massa, la superficie, il volume. Per descriverli, avremo bisogno di unità di misura che non sono tutte di uso quotidiano. Ecco dunque una breve guida, da usare come riferimento rapido durante la lettura del testo.

Unità di misura#

UnitàDefinizione
$\text{N}$$1$ newton è la forza necessaria a imprimere a un $\text{kg}$ di massa un’accelerazione di un metro al secondo per secondo (cioè $1\,\text{m}/\text{s}^2$)
$\text{J}$$1$ joule è l’energia impiegata per esercitare la forza di $1$ newton per la distanza di $1$ metro
$\text{W}$$1$ watt è la potenza necessaria per erogare un joule al secondo ($1\,\text{W}= 1\,\text{J/s}$)
$\text{Wh}$$1$ wattora è l’energia necessaria a fornire $1\,\text{W}$ di potenza per un’ora ($1\,\text{Wh}= 3\,600\,\text{J}$)
$\text{kWh}$$1$ kilowattora $=10^3\,\text{Wh} = 3{,}6 \times 10^6\,\text{J}$
$\text{MWh}$$1$ megawattora $=10^6\,\text{Wh} = 3{,}6 \times 10^9\,\text{J}$
$\text{GWh}$$1$ gigawattora $=10^9\,\text{Wh} = 3{,}6 \times 10^{12}\,\text{J}$
$\text{toe}$$1$ tonnellata equivalente di petrolio $=4{,}187 \times 10^{10}\,\text{J}$
$\text{Mtoe}$$1\,\text{Mtoe}=10^6\,\text{toe} = 4{,}187 \times 10^{16}\,\text{J}$
$\text{Mt TNT}$$1$ megaton di TNT $=4{,}184 \times 10^{15}\,\text{J}$
$\text{eV}$$1$ elettronvolt $=1{,}602 \times 10^{-19}\,\text{J}$
$\text{keV}$$1$ kiloelettronvolt $=10^3\,\text{eV} = 1{,}602 \times 10^{-16}\,\text{J}$
$\text{MeV}$$1$ megaelettronvolt $=10^6\,\text{eV} = 1{,}602 \times 10^{-13}\,\text{J}$
$\text{Pa}$$1$ pascal è la pressione esercitata da una forza di un newton distribuita uniformemente su una superficie di un metro quadrato $1\,\text{Pa}=1\,\text{N}/\text{m}^2$
$\text{bar}$$1\,\text{bar}= 10^5\,\text{Pa} = 100\,000 \,\text{Pa}$, simile alla pressione atmosferica al livello del mare ($101,325\,\text{kPa}$)
$\text{kg}$$1$ chilogrammo $=10^3\,\text{g}$ (mille grammi)
$\text{t}$$1$ tonnellata $=10^3\,\text{kg}$ (mille chilogrammi o un milione di grammi)
$\text{fm}$$1$ femtometro $=10^{-15}\,\text{metri}$ (nell’ordine di grandezza di un protone)
$\text{nm}$$1$ nanometro $=10^{-9}\,\text{metri}$ (il diametro di una molecola di DNA è di circa $2\,\text{nm}$)
$\text{km}$$1$ chilometro $=10^3\,\text{m}$ (mille metri)
$\text{au}$$1$ unità astronomica $\approx 149\,600\,000\,\text{km}$ (la distanza media Terra Sole)

Massa, densità, pressione, temperatura#

L'argomento in breve

Un breve esame delle condizioni che resero possibile l’accensione del Sole e il suo approdo sulla cosiddetta sequenza principale.

Gli astronomi sono comunemente concordi nel ritenere che l’innesco e il successivo mantenimento delle reazioni di fusione nucleare nelle stelle richiedano essenzialmente tre condizioni:

  • l’addensarsi di una gran quantità di materia (per lo più idrogeno e elio),
  • un’altissima temperatura e
  • un’enorme pressione.

Simili condizioni si producono sotto l’azione della forza di gravità. È la forza di gravità che, circa $4{,}6$ miliardi di anni fa, favorì il progressivo addensarsi della protostella che poi divenne il Sole. Nel corso del lungo tempo trascorso per completare il processo di condensazione, prima che si accendesse il motore nucleare alimentato dall’idrogeno, il proto-Sole si limitava a emettere, per lo più nell’infrarosso, la radiazione prodotta dal collasso gravitazionale a cui era sottoposto.

Quando infine la temperatura del nucleo raggiunse all’incirca i $10$ milioni di gradi, si avviò finalmente il processo di fusione dell’idrogeno in elio, che ancora oggi alimenta la nostra stella. È l’epoca dell’accensione di questo motore nucleare che segna l’arrivo del Sole sulla sequenza principale, la fase più stabile e duratura della vita di una stella.

Da qui in avanti ci occuperemo esclusivamente di ciò che avviene nel Sole durante la sequenza principale.

Cominciamo dunque questo nostro viaggio alla scoperta del Sole, partendo dalle condizioni fisiche presenti attualmente nel nucleo solare.

L’immensa massa di cui è composto il Sole, pari a $1{,}988 \times 10^{30}\,\text{kg}$ (quasi due quintilioni di chilogrammi), genera una potente spinta gravitazionale che preme sul nucleo, portando la materia ivi contenuta a condizioni di temperatura e pressione elevatissime.

Secondo il cosiddetto modello solare standard2, la temperatura al centro del Sole è pari a circa $15\,620\,000\,\text{K}$ (gradi kelvin), mentre la densità è intorno ai $153\,\text{g/cm}^3$, quasi $153$ volte la densità dell’acqua. La pressione centrale è intorno a $2{,}36\times 10^{16}\,\text{Pa}$, cioè circa $236$ miliardi di $\text{bar}$.

L’osmio, con una densità di $22,59\,\text{g}/\text{cm}^3$, è l’elemento più denso della tavola periodica. Si potrebbe pensare che la materia nel nucleo solare, $6,77$ volte più densa dell’osmio, si trovi per forza di cose in uno stato ultrasolido. Ma non è così. A causa delle condizioni di temperatura e pressione locali, i nuclei atomici sono ionizzati, cioè separati dagli elettroni. La materia forma, pertanto, un densissimo gas di particelle elettricamente cariche, con le cariche negative che bilanciano, nel complesso, quelle positive: un plasma. È in questo plasma che si generano le reazioni nucleari che alimentano il Sole.

Sbattere contro la barriera di Coulomb#

L'argomento in breve

La fusione nucleare è il meccanismo che alimenta il Sole e lo fa brillare, ma le condizioni che rendono possibile l’innesco della fusione sembrano sfiorare il limite dell’impossibile.

Grazie al lavoro teorico compiuto da Hans Bethe tra il 1938 e il 1939, sappiamo che la grande maggioranza delle reazioni nucleari che avvengono all’interno del Sole fa parte della cosiddetta catena protone-protone (più brevemente catena p-p). La catena comincia con la collisione di due protoni, cioè i nuclei dell’atomo più semplice, quello dell’idrogeno. Per via di successive fusioni, secondo lo schema illustrato nell’immagine seguente, vengono coinvolti sei protoni, ma due sono restituiti; il bilancio netto equivale quindi alla trasformazione di quattro protoni in una particella alfa, cioè un nucleo di elio. Nel corso del processo sono emessi due neutrini e viene liberata energia sotto forma di radiazione gamma. Sono emessi, infine, due protoni, liberi di partecipare a successive reazioni.

Le tre fasi della catena protone-protone
Figura 3 — Le tre fasi della catena protone-protone. Crediti: E. Chaisson, S. McMillan, «Astronomy today», Pearson 2014 (modificato)

Le cose tuttavia non sono così semplici come lo schema sembrerebbe suggerire. Perché due protoni possano arrivare a fondersi, così da dare inizio alla serie di reazioni della catena, è necessaria molta energia: bisogna vincere la cosiddetta barriera di Coulomb, cioè la forza repulsiva che esiste tra particelle dotate di carica elettrica uguale (tutti i protoni hanno carica positiva).

C’è, in effetti, una forza che vince quella elettromagnetica, grazie a un’intensità circa $100$ volte superiore: è l’interazione forte, la forza più potente che si conosca. È l’interazione forte che mantiene uniti i nuclei atomici contenenti più protoni, a dispetto della spinta disgregante esercitata su di essi dalla forza elettromagnetica. Il problema è che l’interazione forte ha un raggio d’azione a dir poco minuscolo. Il raggio di un protone è uguale approssimativamente a $0{,}8\,\text{fm}$ (femtometri), cioè otto decimi di un milionesimo di miliardesimo di metro. L’interazione forte ha un raggio d’azione appena maggiore, intorno a $1{,}4\,\text{fm}$.

Due protoni, dunque, possono finire nell’“abbraccio” dell’interazione forte, che può vincere la reciproca repulsione elettromagnetica (che decresce con il quadrato della distanza), solo se riescono a ridurre la loro separazione a non più di un femtometro. Altrimenti schizzeranno via, ognuno per la propria strada. L’energia potenziale elettrostatica della barriera di Coulomb tra due protoni separati da una distanza di $1\,\text{fm}$ è di circa $2{,}3\, \times 10^{-13}\,\text{J}$, cioè circa $1{,}4 –1{,}5\,\text{MeV}$ (si veda la tabella delle unità di misura all’inizio dell’articolo). Tale è dunque l’energia cinetica che un protone libero deve possedere per vincere la repulsione elettromagnetica verso un altro protone.

La distanza tra due protoni non deve superare 1 fm affinché l'interazione forte possa avere la meglio sulla repulsione elettromagnetica
Figura 4 — La distanza tra due protoni non deve superare $1\,\text{fm}$ affinché l’interazione forte possa avere la meglio sulla repulsione elettromagnetica. Crediti: E. Chaisson, S. McMillan, «Astronomy today», Pearson 2014 (modificato)

Per quanto possa sembrare strano vista l’altissima temperatura che esiste al centro della nostra stella, l’energia cinetica media dei protoni liberi nel plasma del nucleo solare è ben al di sotto di questa soglia. È infatti di circa $2\,\text{keV}$, cioè intorno a un seicentesimo dell’energia necessaria a superare la barriera di Coulomb.

Eppure sappiamo che la fusione nucleare è l’unico meccanismo possibile per la generazione del flusso di energia che il Sole emette costantemente da miliardi di anni. Se il motore dell’energia solare fosse la sola forza di gravità, come pure in passato si è creduto, il Sole non avrebbe potuto sostenere per più di $20–30$ milioni di anni la potenza radiante che registriamo, la cui intensità si è mantenuta invece costante — come i rilievi geologici testimoniano — per un tempo enormemente più lungo. Inoltre, numerosi esperimenti di captazione dei neutrini solari, prodotti nel corso delle reazioni di fusione nucleare, hanno dimostrato, sia pure al termine di un percorso di ricerca non facile, che gli attuali modelli teorici che descrivono la generazione dell’energia solare sono tutto sommato corretti.

Come fanno, dunque, i protoni nel nucleo del Sole a superare la barriera di Coulomb, nonostante l’insufficiente energia di cui dispongono? La risposta fu trovata nel 1928 da George Gamow, un geniale fisico e cosmologo di origine ucraina, trasferitosi in seguito negli Stati Uniti.

L’effetto tunnel e il picco di Gamow#

L'argomento in breve

Fu il fisico George Gamow a capire per primo in che modo i protoni nel nucleo solare riuscivano in certe condizioni a superare la barriera di Coulomb e a dare inizio al processo di fusione nucleare. Ma il meccanismo è talmente improbabile che si è stimato che un protone debba attendere in media circa dieci miliardi di anni per essere coinvolto in un processo di fusione.

Per comprendere la soluzione proposta da Gamow, bisogna prima chiarire la differenza tra eventi che obbediscono alle leggi della fisica classica ed eventi che seguono le regole, apparentemente paradossali e controintuitive, dalla fisica quantistica.

Possiamo paragonare la barriera di Coulomb a un dislivello da superare. Nella fisica classica, un corpo possiede oppure no l’energia per superare un dislivello. Se facciamo rotolare una palla in salita lungo un pendio, ma imprimiamo una spinta insufficiente a superare la vetta, la palla tornerà indietro, immancabilmente, il $100\%$ delle volte.

Analogia classica della barriera di Coulomb come dislivello da superare
Figura 5 — Analogia classica della barriera di Coulomb come dislivello da superare. Crediti: University of Tennessee, Knoxville (modificato)

Nel caso di protoni e altre particelle subatomiche, però, le cose non stanno così: sono oggetti dotati di una duplice natura, ondulatoria e corpuscolare. Per dirla semplicemente, non è possibile sapere allo stesso tempo, con certezza assoluta, dove si trovano, in quale direzione stanno andando e con quale velocità. Sono descritti matematicamente dalla cosiddetta funzione d’onda, che è una distribuzione probabilistica delle loro coordinate spaziali e temporali. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci dice, inoltre, che, quanto meglio conosciamo uno dei due valori, per esempio la quantità di moto, tanto più indeterminato sarà l’altro (la posizione), e viceversa.

Tutto ciò significa che, al contrario di quanto accade nella fisica classica, non esiste una probabilità del $100\%$, cioè la certezza assoluta, che un protone abbia (o non abbia) l’energia sufficiente a superare la barriera di Coulomb. Anche se appartiene a un insieme di ioni la cui energia media è ben al di sotto di quella necessaria, può succedere, sia pure molto raramente, che un protone si trovi “magicamente” a distanze dell’ordine del femtometro, cioè dall’“altro lato” della barriera coulombiana.

Infatti, anche quando l’energia cinetica è inferiore all’altezza classica della barriera, la funzione d’onda dei protoni penetra nella regione proibita e possiede una probabilità non nulla di raggiungere la distanza alla quale agisce l’interazione nucleare forte. In questo processo l’energia totale del protone resta quella assegnata dal suo stato; ciò che penetra nella regione proibita è la funzione d’onda, che lì decade esponenzialmente ma non si annulla. Il risultato di questo attraversamento apparentemente “impossibile” è il cosiddetto effetto tunnel, grazie al quale due protoni possono avvicinarsi abbastanza da essere catturati dall’interazione forte e dare inizio alla fusione.

Interessato a spiegare il decadimento alfa, Gamow riuscì nel 1928 a trovare una descrizione matematica che, in buon accordo con le osservazioni empiriche, rendeva conto del tempo di dimezzamento dei nuclei atomici, dipendente dall’emissione di particelle alfa attraverso l’effetto tunnel. Il modello teorico proposto da Gamow si adatta perfettamente anche alla situazione che si verifica nel nucleo del Sole.

Grafico del picco di Gamow: distribuzione di Maxwell-Boltzmann, probabilità di effetto tunnel e loro prodotto
Figura 6 — Grafico del picco di Gamow: distribuzione di Maxwell-Boltzmann, probabilità di effetto tunnel e loro prodotto. Crediti: C. E. Rolfs, W. S. Rodney, «Cauldrons in the Cosmos», University of Chicago Press, 1988 (modificato)

Per capire il grafico che illustra l’effetto descritto da Gamow, bisogna considerare in primo luogo il fatto che i miliardi e miliardi di particelle cariche che sfrecciano nel plasma del nucleo solare hanno ciascuna una propria velocità. La velocità di ogni particella concorre a formare la velocità media dell’insieme. Ma questo significa anche che, in certi casi, la velocità di un singolo protone, e dunque la sua forza di penetrazione della barriera di Coulomb, può essere molto maggiore dell’energia cinetica media dell’insieme di cui fa parte. La distribuzione di Maxwell-Boltzmann, una delle curve mostrate nel grafico, descrive in termini di probabilità la distribuzione delle particelle in base alla loro energia cinetica: c’è una probabilità molto maggiore, ovviamente, che una particella abbia un’energia prossima alla media generale, ma esiste una coda di particelle dotate di energie più alte della media, associate a probabilità tanto minori quanto più elevata è la loro energia.

Il grafico contiene poi un’altra curva, che descrive la probabilità di una particella di superare la barriera di Coulomb in base all’energia di cui dispone: quanto più elevata è la sua energia, tanto maggiore è la probabilità di penetrare la barriera grazie all’effetto tunnel.

La terza e ultima curva, che rappresenta il contributo di Gamow alla soluzione del problema, è il prodotto delle altre due. Descrive l’effetto combinato della probabilità che vi sia un dato numero di particelle più energetiche della media con la probabilità che esse hanno di penetrare la barriera repulsiva. Come si nota dall’andamento della curva, l’effetto massimo (il picco di Gamow) si ottiene per un valore intermedio dell’energia cinetica, posseduto da un numero non troppo piccolo di particelle, associate a una probabilità sufficientemente alta di penetrare la barriera. Nel caso che ci interessa, cioè la probabilità di un protone nel nucleo del Sole di riuscire a vincere la barriera di Coulomb per fondersi con un altro protone, questa distribuzione ideale dell’energia è situata tra $3$ e $10\,\text{keV}$.

Ma, rispetto al numero totale di protoni liberi presenti nel nucleo solare, quelli dotati della giusta energia sono una piccola percentuale. Per di più, la reazione che dà inizio alla catena p-p prevede un evento estremamente raro. Infatti, anche quando riescono a superare la barriera di Coulomb, due protoni non possono rimanere “incollati” a lungo neppure sotto l’azione dell’interazione forte. O si separano immediatamente, il che accade il più delle volte, oppure uno dei due protoni deve trasformarsi, con il concorso dell’interazione debole, in un neutrone, emettendo un positrone ed un neutrino elettronico e formando così un deutone (un nucleo di deuterio). È questa rarissima trasformazione, nota come decadimento beta più, la causa principale dell’alto grado di improbabilità associato al primo stadio della catena p-p.

Non deve stupire, a questo punto, che il tempo medio occorrente prima che un protone nel nucleo solare sia coinvolto con successo in un ciclo di fusione nucleare sia stimato nell’ordine dei dieci miliardi di anni.

Eventi rarissimi hanno bisogno di numeri grandissimi#

L'argomento in breve

È solo grazie all’immenso numero di protoni presenti nel nucleo solare che un fenomeno estremamente improbabile come l’effetto tunnel si verifica con frequenza tale da tenere il Sole “acceso” da oltre quattro miliardi e mezzo di anni. È come giocare senza interruzione un numero sterminato di lotterie: molte rimangono senza un vincitore, ma quei pochi protoni che vincono la “lotteria” sono sufficienti a far funzionare il meccanismo.

Dopo aver elencato tutte queste difficoltà, si potrebbe pensare che l’innesco e il mantenimento della fusione nucleare all’interno del Sole siano eventi pressoché impossibili. Ma è qui che entrano in gioco i grandi numeri con la loro forza inesorabile.

Il Sole contiene in totale qualcosa come $1{,}04$ noviliardi di protoni ($1{,}04 \times 10^{57}$), distribuiti in modo molto diseguale. Il $50\%$ della massa solare è concentrata nel nucleo, dove avvengono le reazioni di fusione. Questa regione interna molto densa, che produce il $99\%$ della luminosità solare, si estende dal centro del Sole per circa $175\,000\,\text{km}$, ovvero per un quarto del raggio solare. La metà dei protoni — cioè $520$ novilioni ($5{,}2 \times 10^{56}$) — è stipata, pertanto, in un volume che è, all’incirca, solo $1/64$ del volume complessivo del Sole.

Si tratta, però, pur sempre di un volume immenso, corrispondente a poco meno di $22{,}5$ quadrilioni di metri cubi ($2{,}245 \times 10^{25}\,\text{m}^3$): circa $20\,730$ volte il volume della Terra. Poiché conosciamo approssimativamente il numero totale di protoni racchiuso in questo volume, ci basta un rapido calcolo per ricavare il numero medio di protoni presenti in un solo centimetro cubico di materia del nucleo solare. Il numero che otteniamo è $23{,}1$ quadrilioni ($2{,}31 \times 10^{25}$).

Vale la pena di riflettere su questi numeri medi: ci sono nel nucleo solare oltre $23$ quadrilioni di protoni per ogni singolo centimetro cubico di plasma, in un volume complessivo di circa $22{,}5$ quintilioni di centimetri cubici ($2{,}25 \times 10^{31}\,\text{cm}^3$). Questa sterminata quantità di protoni è in grado di produrre, cifra più cifra meno, qualcosa come dieci deciliardi di interazioni, cioè rimbalzi o collisioni, al secondo ($1\times10^{64}$).

Ecco che, di colpo, le collisioni fortunate tra protoni — quelle in cui viene superata la barriera di Coulomb e avviene la successiva trasformazione di un protone in un neutrone — cominciano a sembrarci molto meno improbabili di prima. O meglio: rimangono altamente improbabili, ma il numero di “candidati” che affrontano la selezione è di gran lunga maggiore del grado di improbabilità della serie di eventi richiesta per avviare la fusione nucleare, sicché anche questi eventi, pur se rarissimi, finiranno per verificarsi molte volte.

A conti fatti, delle circa $10^{64}$ interazioni tra protoni che avvengono ogni secondo nel nucleo solare, è sufficiente che una sola volta ogni $10^{26}$ si abbia una reazione di fusione, per garantire la produzione corrente di energia da parte del Sole. Ciò perché, come vedremo successivamente, il numero di nuclei di idrogeno coinvolti ogni secondo in reazioni di fusione è dell’ordine di $\sim10^{38}$ (quindi $10^{64}/10^{38}=10^{26}$).

Il nucleo solare in pillole
Figura 7 — Il nucleo solare in pillole. Crediti: Michele Diodati e NASA Goddard (per l’illustrazione di sfondo)

È un po’ come giocare miliardi di lotterie, tutte insieme, a ciclo continuo, ciascuna con molti miliardi di giocatori. La combinazione da indovinare è difficilissima e perciò la gran parte delle lotterie rimane senza un vincitore finale. Ma le lotterie che si giocano nel nucleo solare sono talmente tante e si ripetono talmente spesso che, alla fine, ci sono comunque moltissimi vincitori.

La costante che costante non è#

L'argomento in breve

L’energia con cui la radiazione solare colpisce perpendicolarmente la sommità dell’atmosfera terrestre è detta costante solare. La sua misurazione ha svolto un ruolo fondamentale nel calcolo dell’energia totale irradiata dal Sole.

Per trovare il numero dei “vincitori” in questa festa delle lotterie, per sapere cioè quanto idrogeno ogni secondo, nel nucleo del Sole, entra in reazioni di fusione nucleare producendo elio ed energia, dobbiamo prenderla un po’ alla lontana, partendo dalla cosiddetta costante solare. Si definisce così l’intensità totale della radiazione solare che colpisce perpendicolarmente la sommità dell’atmosfera terrestre. Si misura in watt per metro quadro e la rilevazione viene fatta, dal 1978, per mezzo di satelliti dotati di appositi radiometri.

Secondo le più recenti misurazioni, che hanno corretto un difetto per eccesso dovuto a problemi di dispersione della luce nei rilevatori usati da alcuni satelliti, la costante solare equivale a $1361\,\text{W/m}^2$. Ogni secondo, cioè, un metro quadro alla sommità dell’atmosfera terrestre riceve dal Sole $1361\,\text{J}$ di energia radiante. Circa il $7\%$ di questa energia è luce ultravioletta, il $41\%$ luce visibile, il $51\%$ radiazione nel vicino infrarosso, quel poco che resta radiazione emessa in altre frequenze dello spettro.

Illustrazione della costante solare
Figura 8 — La distribuzione spettrale della radiazione solare. Crediti: NASA (modificato)

Va detto, per amor di precisione, che la costante solare non è affatto una costante. Il nome è rimasto come retaggio di un tempo precedente l’uso dei satelliti, nel quale la misurazione era fatta da terra e le variazioni rispetto alla media, calcolata all’epoca in circa $1366\,\text{W/m}^2$, era attribuita all’imprecisione delle rilevazioni piuttosto che a variazioni nell’intensità della radiazione solare.

Dall’uso dei satelliti in poi, è stato invece accertato che l’irradiazione solare misurata alla sommità dell’atmosfera terrestre varia da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, persino da un minuto all’altro. Per questo negli studi astronomici si parla oggi di total solar irradiance (TSI), cioè irradiazione solare totale, piuttosto che di costante solare.

Le variazioni di breve termine, quelle su scale temporali minori di un giorno, sono dovute per lo più allo spostamento di celle di convezione sulla fotosfera del Sole, che interessano strutture chiamate, a seconda della grandezza, granuli, mesogranuli e supergranuli. Uno studio del 2012 ha poi identificato tre componenti cicliche di medio e lungo termine, che concorrono a determinare la variazione della TSI, misurata comparando le rilevazioni satellitari sull’arco di tre decenni:

  1. la prima componente è la rotazione delle strutture magnetiche sulla superficie solare, legata spesso a macchie solari e gruppi di macchie solari;
  2. la seconda componente, di durata annuale, è probabilmente un effetto dell’inclinazione dell’orbita terrestre rispetto al Sole. La congettura indicherebbe, se confermata, che l’irradiazione solare non è uniforme, ma varia con la latitudine (solare, non terrestre);
  3. la terza e ultima componente è invece il noto ciclo di undici anni che influenza l’attività solare e le cui manifestazioni vengono monitorate da ormai $400$ anni.
Le variazioni dell'irradiazione solare totale dal 1978 a oggi
Figura 9 — Le variazioni dell’irradiazione solare totale dal 1978 a oggi. La scala sulla destra del grafico tiene conto della correzione al ribasso dei valori della TSI, conseguente alla scoperta di un errore per eccesso di circa $4\,\text{W/m}^2$, dovuto a problemi negli strumenti di rilevazione. Osservando l’andamento della curva, si nota che i valori minimi della TSI corrispondono ai minimi del ciclo solare di undici anni, con l’ultimo minimo, quello del 2008, particolarmente sotto la media. Crediti: Claus Fröhlich

Quel che è importante notare, ai fini della nostra ricerca sull’energia emessa dal Sole, è che la costante solare, pur non essendo una vera costante, ha comunque margini di variazione davvero piccoli, mai superiori allo $0{,}5\%$. Se si scorrono i dati dell’irradiazione solare totale, misurati dal 1996 al 2024 e opportunamente corretti al ribasso, si nota che, su migliaia di giorni monitorati, la stragrande maggioranza dei valori cade tra $1360$ e $1361\,\text{W/m}^2$.

L’energia totale emessa dal Sole#

L'argomento in breve

Partendo dal valore della costante solare, è possibile determinare con semplici calcoli l’energia totale emessa dal Sole. I risultati sono impressionanti: l’energia emessa dal Sole in un secondo è $580\,000$ volte maggiore dell’energia globale prodotta sulla Terra nel 2024.

Insomma, il Sole è una “macchina” che funziona in modo regolare e affidabile, almeno sulla scala trentennale per la quale abbiamo misurazioni precise e continue. Assumendo che emani energia in tutte le direzioni con la stessa intensità che riversa su un metro quadro di cielo alla sommità dell’atmosfera terrestre, possiamo ricavare la quantità totale di radiazione emessa trovando l’area della superficie della sfera ideale centrata sul Sole, di cui quel metro quadro fa parte.

Illustrazione dell'energia totale emessa dal Sole
Figura 10 — Il sole irraggia energia in tutte le direzioni e la Terra ne intercetta solo una piccola parte. Crediti: E. Chaisson, S. McMillan, «Astronomy today», Pearson 2014 (modificato)

Conosciamo già il raggio della sfera, che non è altro che la distanza media della Terra dal Sole, cioè $1$ unità astronomica ($\text{au}$), pari esattamente a $149\,597\,870\,700\,\text{m}$: poco meno di $150$ milioni di km. Applichiamo dunque al nostro caso la formula per calcolare la superficie di una sfera, $4\pi r^2$ con $r = 1\,\text{au}$, e otteniamo l’area cercata: $2{,}812 \times 10^{23}\,\text{m}^2$. Ci basta ora moltiplicare quest’area per i $1361\,\text{W/m}^2$ della costante solare (ecco finalmente il motivo per cui l’abbiamo tirata in ballo!) per ottenere l’energia totale emessa dal Sole ogni secondo. Il risultato è un numero che fa impallidire qualsiasi fenomeno energetico con cui abbiamo a che fare sulla Terra: $3{,}827 \times 10^{26}\,\text{W}$, oltre $382$ quadrilioni di joule al secondo! Si tratta, in realtà, di un valore leggermente inferiore al dato canonico riportato dalla maggior parte delle fonti, cioè $3{,}846 \times 10^{26}\,\text{W}$, perché abbiamo applicato la correzione al ribasso della costante solare, che, come abbiamo visto, è stata definita solo di recente.

L’energia emessa dal Sole in un solo secondo equivale approssimativamente a quella liberata da un’esplosione della potenza di $91$ miliardi e mezzo di megaton ($9{,}15 \times 10^{10}\,\text{Mt}$)3. Se si convogliasse tutta la radiazione solare sulla Terra, basterebbero solo sei secondi per far evaporare completamente gli oceani e tre minuti per sciogliere la crosta terrestre.

Assumendo un’irradiazione stabile regolata sul valore attuale della costante solare, in un solo anno il Sole emette qualcosa come $12$ quintiliardi di joule ($1{,}207 \times 10^{34}\,\text{J}$), mentre in un miliardo di anni l’energia totale emessa supera i $12$ settilioni di joule ($1{,}207 \times 10^{43}\,\text{J}$).

Sono numeri quasi privi di significato per chi ha come solo riferimento le energie di cui possiamo disporre qui sulla Terra. Secondo l’International Energy Agency (IEA), la stima del bilancio energetico globale dell’intera umanità per il 2023-2024 oscilla tra $15\,600$ e $15\,800\,\text{Mtoe}$ ($1$ toe è una tonnellata equivalente di petrolio). Prendendo per buono il valore più alto, equivale a circa $6{,}615 \times 10^{20}\,\text{J}$. Ciò vuol dire che l’energia emessa dal Sole in un solo secondo supera di quasi $580$mila volte ($578\,534$ volte per l’esattezza) l’energia globale prodotta sulla Terra nell’intero 2024 sommando petrolio, gas naturale, fonti rinnovabili ecc.

La potenza dell’equazione di Einstein#

L'argomento in breve

L’equivalenza tra massa ed energia racchiusa nell’equazione di Einstein ci permette di calcolare a spese di quanta massa è prodotta l’energia che ogni secondo il Sole irradia nello spazio. Il fatto che l’energia cresca con il quadrato della velocità della luce fa sì che basti pochissima massa per ottenere un’immensa quantità di energia.

A quale prezzo il Sole può sostenere un simile ritmo di produzione dell’energia? La risposta va cercata nell’equivalenza tra massa ed energia, che Einstein racchiuse nell’equazione più citata della storia della fisica, enunciata nel 1905: $E = mc^2$.

L’energia — dice l’equazione — è uguale (almeno nei corpi in stato di quiete) alla massa per il quadrato della velocità della luce. Ma noi conosciamo, ormai, grazie alla costante solare moltiplicata per la superficie della sfera con raggio uguale a $1$ unità astronomica, qual è l’energia totale emessa dal Sole in un secondo: $3{,}827 \times 10^{26}\,\text{J}$. Possiamo ricavare, dunque, dall’equazione di Einstein il termine che non conosciamo, cioè la quantità di massa solare che deve essere trasformata ogni secondo in energia. Ci basta a tal fine modificare i membri dell’equazione, in modo che l’incognita sia la massa invece che l’energia. Avremo così: $m = E/c^2$, e cioè:

$$\text{Massa (kg)} = \frac{3{,}827 \times 10^{26}\,\text{J}}{(2{,}997 \times 10^8\,\text{m/s})^2}$$

Eseguendo il calcolo, otteniamo che la massa che il Sole “perde” di secondo in secondo trasformandola in energia è pari a $4{,}26 \times 10^9\,\text{kg}$: come dire che $4\,260\,000$ tonnellate di massa solare scompaiono nel tempo di dire “Ciao”, trasformate in luce, calore e neutrini. Ad un simile ritmo, il Sole “dimagrisce” nell’arco di un solo giorno di $368$ miliardi di tonnellate ($3{,}68 \times 10^{11}\,\text{t}$). In un anno la perdita di massa arriva ad oltre $134$ bilioni di tonnellate ($1{,}343 \times 10^{14}\,\text{t}$).

Sembra tanto, ma rispetto alla massa gigantesca del Sole si tratta di bruscolini. Il rapporto tra la quantità di massa trasformata in energia in un anno e la massa totale del Sole è $6{,}754 \times 10^{-14}$. Grazie al vantaggioso fattore di conversione della massa in energia, il Sole, per produrre i $12$ quintiliardi di joule che irradia nello spazio in un anno, deve consumare appena $6{,}754$ centomillesimi di miliardesimo della sua massa. Dividete la massa del Sole in un miliardo di parti uguali per densità e volume. Prendete una sola di quelle parti e dividetela, a sua volta, in centomila porzioni uguali. Di quelle centomila, prendetene poco meno di sette ed avrete la quantità di massa che deve scomparire perché possa essere prodotta la radiazione emessa dal Sole in un anno intero.

A questo ritmo ci vogliono quasi $44$ milioni e mezzo di anni prima che il Sole abbia convertito in energia una quantità di massa equivalente a quella della Terra. E questo senza aver scalfito significativamente le proprie riserve (occorrono $332\,946$ Terre per fare la massa del Sole). Assumendo per semplicità che la luminosità sia rimasta sempre costante, nei $4{,}57$ miliardi di anni passati dal suo approdo sulla sequenza principale, il Sole ha “bruciato” in totale nel corso di reazioni di fusione nucleare $6{,}14 \times 10^{23}\,\text{t}$ di materia, pari ad “appena” $102{,}8$ masse terrestri (o $0{,}32$ masse gioviane): $3$ decimillesimi in tutto della massa solare attuale.

Illustrazione dell'equivalenza massa-energia
Figura 11 — L’energia prodotta dal Sole in $4{,}57$ miliardi di anni convertendo massa in energia in base alla celebre equazione di Einstein. Crediti: Michele Diodati e NASA (per le immagini del Sole e della Terra)

Ecco la potenza dell’equazione di Einstein o, per meglio dire, della legge fisica che essa cattura: è sufficiente una piccola massa per ottenere una quantità enorme di energia (nel rispetto del principio di equivalenza di massa ed energia, secondo il quale l’una e l’altra sono solo due manifestazioni diverse di una stessa sottostante realtà fisica).

La trasmutazione della materia#

L'argomento in breve

Un tuffo nei calcoli che permettono di misurare l’efficacia della catena protone-protone nel generare energia convertendo nuclei di idrogeno in nuclei di elio. Ogni secondo quasi $600$ milioni di tonnellate di idrogeno sono fuse in elio nel nucleo solare.

Conoscere l’energia totale irradiata dal Sole in un secondo ci permette di ricavare un’altra informazione interessante: la quantità di reazioni nucleari che devono avvenire al suo interno per garantire tale erogazione.

Per arrivarci, dobbiamo partire dalla massa che scompare nel corso della trasmutazione dell’idrogeno in elio. Il risultato finale delle tre fasi della catena p-p è la trasformazione di quattro nuclei di idrogeno, cioè quattro protoni, in un nucleo di elio, costituito da due protoni e due neutroni4. La massa complessiva dei quattro protoni è $6{,}6943 \times 10^{-27}\,\text{kg}$, mentre la massa del nucleo di elio è leggermente inferiore: $6{,}6466 \times 10^{-27}\,\text{kg}$. C’è, dunque, al termine delle reazioni della catena, una massa mancante di $0{,}0477 \times 10^{-27}\,\text{kg}$ che è stata convertita in energia: si tratta dello $0{,}71\%$ della massa di partenza (i quattro protoni).

Per sapere qual è la produzione netta di energia al termine di un’esecuzione completa della catena p-p ci basta moltiplicare la massa mancante per il quadrato della velocità della luce: è la “solita” equazione di Einstein ($E = mc^2$). Il risultato è $4{,}287 \times 10^{-12}\,\text{J}$: $4{,}2$ millesimi di un miliardesimo di joule. È una quantità minuscola di energia, ma solo perché è il risultato di eventi che si verificano alla scala dei femtometri e che provocano la conversione in energia di una massa inconcepibilmente piccola: occorrono oltre $10$ quadrilioni di cicli completi ($1{,}027 \times 10^{25}$) della catena p-p per convertire in energia una massa corrispondente al peso di una mentina di Tic-tac da $0{,}49\,\text{g}$!

Ma l’efficienza senza pari della fusione nucleare diventa più che evidente se ci allontaniamo dalla scala subatomica e calcoliamo, invece, l’energia prodotta dalla catena p-p utilizzando quantità di idrogeno più vicine alla scala delle cose umane, per esempio $1\,\text{kg}$. Il prodotto energetico netto è in questo caso di ben $638$ bilioni di joule ($6{,}381 \times 10^{14}\,\text{J}$), cioè l’equivalente di $177{,}3\,\text{GWh}$: quanto basta per sostenere per un’ora il consumo elettrico a piena potenza di $59{,}1$ milioni di impianti domestici da $3\,\text{kWh}$. Si tratta di una notevole quantità di energia, ottenuta con la conversione di soli $7{,}1\,\text{g}$ di idrogeno, mentre il resto — $992{,}9\,\text{g}$ per l’esattezza — si è trasformato in elio.

Ora che sappiamo quanta energia è in grado di generare 1 kg di idrogeno, e visto che sappiamo anche qual è l’energia totale prodotta dal Sole in un secondo, possiamo calcolare quanto idrogeno viene trasformato complessivamente in elio in un secondo nel nucleo della nostra stella. Il calcolo è semplice. Ci basta dividere l’energia totale emessa in un secondo per l’energia prodotta “bruciando” $1\,\text{kg}$ di idrogeno:

$$\frac{3{,}827 \times 10^{26}\,\text{J}}{6{,}4 \times 10^{14}\,\text{J}}$$

Otteniamo una quantità piuttosto elevata in rapporto alla scala delle grandezze umane, ma quasi insignificante se confrontata con la massa solare: $598\,000\,000\,000\,\text{kg}$, poco meno di $600$ milioni di tonnellate.

Poiché già sappiamo dai calcoli precedenti che il Sole converte in energia $4\,260\,000\,000\,\text{kg}$ al secondo, ricaviamo facilmente la quantità di elio che rimane al netto della massa convertita in energia: $593\,740\,000\,000\,\text{kg}$.

Ogni secondo quasi 600 milioni di tonnellate di idrogeno sono fuse in elio nel nucleo solare.
Figura 12 — Ogni secondo quasi 600 milioni di tonnellate di idrogeno sono fuse in elio nel nucleo solare. Crediti: Michele Diodati e NSO/AURA/NSF (per l’immagine di sfondo del Sole)

Per amor di precisione, vale la pena di ricordare che le quantità di idrogeno e di elio che abbiamo ricavato sono un po’ approssimate: nel calcolare la potenza erogata dal Sole in un secondo abbiamo trascurato, infatti, che circa il $2\%$ dell’energia prodotta dai vari rami della catena p-p5 non sfugge nello spazio esterno come radiazione elettromagnetica ma sotto forma di neutrini. Inoltre non abbiamo considerato che circa l’$1\%$ dell’energia solare deriva da un’altra catena di reazioni nucleari, il cosiddetto ciclo CNO (Carbonio Azoto Ossigeno), il cui bilancio energetico è leggermente diverso da quello della catena p-p.

Comunque sia, ora che abbiamo queste cifre, possiamo ricavare — consapevoli che si tratta di lievi approssimazioni — anche il numero di protoni e di nuclei di elio coinvolti ogni secondo in eventi di fusione nucleare all’interno del Sole. Se dividiamo per la massa di un protone ($1{,}673 \times 10^{-27}\,\text{kg}$) i circa $600$ milioni di tonnellate di idrogeno che, ogni secondo, vengono trasformate in elio, otteniamo $3{,}574 \times 10^{38}$. Se, poi, dividiamo per la massa di un nucleo di elio ($6{,}6466 \times 10^{-27}\,\text{kg}$) i quasi $594$ milioni di tonnellate di elio ottenuti ogni secondo dalla fusione dei nuclei di idrogeno, otteniamo $8{,}932 \times 10^{37}$. Traducendo la notazione scientifica in forma discorsiva, abbiamo che, ogni secondo, all’interno del Sole $357$ sestilioni di nuclei di idrogeno sono trasformati in $89$ sestilioni di nuclei di elio.

Ma, come abbiamo visto in precedenza, l’ordine di grandezza delle interazioni che avvengono ogni secondo all’interno del nucleo ($10^{64}$) resta di gran lunga maggiore dell’ordine di grandezza dei protoni che, in quello stesso secondo, partecipano a una reazione di fusione nucleare ($10^{38}$). Ciò salvaguarda il principio che i vincitori delle “lotterie”, per tornare alla metafora già usata, sono, e saranno, estremamente rari.

Una gigantesca “stufa” atomica#

L'argomento in breve

Molti immaginano il Sole come una sorta di bomba nucleare, sempre sul punto di esplodere. Nulla è più lontano dalla realtà: sia per unità di massa sia per unità di volume, le reazioni nucleari che avvengono nel nucleo solare producono quantità molto ridotte di energia. È solo la somma di tutti questi modesti eventi locali a creare la straordinaria potenza radiante totale della nostra stella.

Una conferma di quanto appena detto è che — per nostra fortuna! — il Sole si comporta più come una stufa che come una bomba termonucleare. L’energia prodotta si accumula cioè molto lentamente e ancora più lentamente viene trasportata verso gli strati esterni della stella fino alla fotosfera, da dove poi sfugge nello spazio esterno come radiazione elettromagnetica.

Tutto ciò è possibile perché la densità e la frequenza degli eventi di fusione nel nucleo solare sono sufficientemente basse da permettere il mantenimento costante di un equilibrio dinamico tra la pressione termica verso l’esterno e la spinta verso l’interno esercitata ininterrottamente dalla gravità. Quando quest’equilibrio si rompe e una stella si comporta realmente come un meccanismo esplosivo, le conseguenze sono a dir poco devastanti: è il caso delle supernovae. Ma da questo punto di vista noi terrestri possiamo stare tranquilli: la massa del Sole è assolutamente insufficiente a provocare un esito così catastrofico.

Per avere un’idea più precisa di come il Sole si comporti da stufa più che da bomba, il modo più semplice è calcolare quanta energia viene prodotta mediamente nel nucleo solare per unità di volume. Come ormai sappiamo, il $99\%$ della luminosità della nostra stella è prodotto nel nucleo, che contiene il $50\%$ della massa totale e si estende per il $25\%$ del raggio. Abbiamo già calcolato il volume del nucleo, che è pari — lo ricordiamo — a $22{,}5$ quadrilioni di metri cubi ($2{,}25 \times 10^{25}\,\text{m}^3$). Se dividiamo il $99\%$ dell’energia che il Sole irradia in un secondo per questo volume, otteniamo la miseria di $16{,}84\,\text{W}$: in altre parole, un metro cubo di materia nel nucleo solare produce in media energia appena sufficiente ad alimentare una fioca lampadina a incandescenza.

La quantità di energia prodotta per unità di volume aumenta se consideriamo la regione più interna del nucleo. In base al modello solare standard che stiamo usando come riferimento per questo articolo, il $50\%$ della luminosità emessa dal Sole è prodotta in una zona che si estende dal centro fino a un raggio pari a solo il $10{,}6\%$ del raggio solare. Il volume di questo “nucleo del nucleo” è di $1{,}68$ quadrilioni di metri cubi ($1{,}682 \times 10^{24}\,\text{m}^3$). Se dividiamo il $50\%$ della luminosità solare per tale volume, otteniamo un valore di $113{,}76\,\text{W}$: un metro cubo di materia in questa regione più densa, più calda e più attiva del nucleo produce poca più energia di quella che serve ad alimentare una lampadina da $100\,\text{W}$. Siamo ben lontani dalla potenza deflagrante di una bomba.

Se invece di fare riferimento al volume consideriamo la produzione di energia in rapporto alla massa, diventa ancora più evidente la piccolezza delle quantità in gioco. Un chilogrammo di materia nel nucleo solare produce mediamente appena $0{,}00038\,\text{W}$ ($3{,}8$ decimillesimi di watt). Con una tonnellata, non arriviamo neppure a $0{,}4\,\text{W}$. Incredibilmente, occorrono $262{,}4$ tonnellate di materia solare per produrre tramite fusione nucleare l’energia sufficiente ad alimentare una lampadina da $100\,\text{W}$!

La produzione di energia per metro cubo e per chilogrammo nel nucleo solare
Figura 13 — La produzione di energia per metro cubo e per chilogrammo nel nucleo solare. Crediti: Michele Diodati

Se ci limitiamo a considerare solo la parte più interna, quella che abbiamo chiamato “nucleo del nucleo”, la densità energetica aumenta sicuramente, ma non poi di tanto. Poco meno del $9\%$ della massa solare, precisamente $1{,}774 \times 10^{29}\,\text{kg}$, è stipata in questa regione, che produce ben il $50\%$ della luminosità totale. Qui $1\,\text{kg}$ di materia genera in media una potenza di $0{,}001\,\text{W}$. Occorre perciò esattamente $1$ tonnellata di materia per produrre mediamente $1\,\text{W}$ e dunque $100$ tonnellate per alimentare la solita lampadina da $100\,\text{W}$.

Un grande volume sotto una piccola superficie#

L'argomento in breve

Un solo metro quadro di superficie solare produce circa $62{,}8$ milioni di joule al secondo. Com’è possibile, visto che $1$ tonnellata di materia nel nucleo solare genera mediamente $1\,\text{W}$? La ragione è che la superficie radiante del Sole è immensamente minore del volume solare. Ogni metro quadro della fotosfera diventa allora come una specie di casello autostradale: canalizza tutto il traffico e crea una lunghissima coda, perché è l’unica via di fuga dell’energia verso l’esterno.

L’intuito ci dice che c’è qualcosa che non quadra. Le reazioni di fusione nel nucleo solare producono quantità di energia minuscole per unità di volume e di massa tutto sommato non trascurabili, dal punto di vista umano, quali sono il metro cubo e la tonnellata. Da dove arriva allora quell’enorme quantità di energia che il Sole irradia in tutte le direzioni e che, se concentrata sulla Terra, potrebbe far evaporare gli oceani in pochi secondi?

La risposta sintetica è che un metro cubo e una tonnellata sono unità assolutamente trascurabili rispetto alla grandezza del Sole, che ne contiene talmente tanti — di metri cubi e di tonnellate — da poter creare un totale enorme semplicemente sommando un numero sterminato di piccoli addendi.

Ma questa risposta soddisfa poco l’intuito. È troppo astratta. Le cose ci sembreranno più chiare, invece, se riusciremo a mettere in relazione la superficie con le profondità del Sole. Dobbiamo analizzare, in altre parole, il rapporto tra superficie e volume di una sfera o, meglio ancora, tra porzioni della sua superficie e volumi sottostanti. Il ragionamento ci richiederà qualche altro calcolo, ma ormai siamo abituati.

Abbiamo ricavato l’energia totale emessa dal Sole moltiplicando la costante solare per la superficie di una sfera ideale con raggio di $1$ unità astronomica. Se restringiamo la sfera alle dimensioni del Sole, possiamo calcolare l’energia emessa da ogni singolo metro quadro di superficie solare. L’operazione è geometricamente sensata, perché il Sole è una sfera quasi perfetta: presenta uno schiacciamento ai poli pari ad appena $(8{,}77 \pm 0{,}66) \times 10^{-6}$, il che vuol dire che si allontana dalla perfetta sfericità per meno di $9$ parti su $1$ milione.

Dividiamo quindi l’energia totale emessa in un secondo, cioè $3{,}827 \times 10^{26}\,\text{J}$, per la superficie solare calcolata al livello della fotosfera, che è poco più di 6 trilioni di metri quadrati ($6{,}093 \times 10^{18}\,\text{m}^2$). Il risultato della divisione ci dice che ogni singolo metro quadro sprigiona $62{,}8$ milioni di joule al secondo ($6{,}281 \times 10^7\,\text{J}$), assumendo l’emissione di radiazione come isotropa, cioè uguale in tutte le direzioni.

Ovviamente è una media e come tale va presa: la superficie visibile del Sole è sede di fenomeni di vario tipo — granulazione, macchie solari, brillamenti, protuberanze, ricombinazioni del campo magnetico — che modificano in molti modi la quantità di radiazione elettromagnetica emessa a livello locale. Ma, a prescindere dalle variazioni locali, si tratta comunque di un’enorme quantità di energia: basta un’ora perché un solo metro quadro di superficie solare emetta in media l’equivalente di $62{,}81\,\text{MWh}$, una quantità corrispondente all’energia sufficiente a coprire il fabbisogno elettrico annuale, pari a circa $2700\,\text{kWh}$, di oltre 23 famiglie italiane. Bisogna dunque spiegare da dove esca tanta energia, sciogliendo l’apparente contraddizione con la scarsa densità degli eventi di fusione nel nucleo solare.

Proviamo a mettere le cose in prospettiva. Immaginiamo che quel metro quadro sia la base di una piramide retta affusolatissima, che affonda fino al centro del Sole e la cui altezza è dunque uguale al raggio solare di $696\,000\,000\,\text{m}$. Per ricavare il volume di questa piramide, moltiplichiamo l’area della base ($1\,\text{m}^2$) per l’altezza e dividiamo il risultato per $3$. Otteniamo un volume di oltre $232$ milioni di metri cubi ($2{,}321 \times 10^8\,\text{m}^3$).

Schema della piramide che collega un metro quadro di superficie solare al centro del Sole
Figura 14 — Per via della geometria sferica del Sole, c’è un volume enorme di materia che si estende fino al centro della stella a partire da ogni singolo metro quadro della fotosfera solare. Crediti: Michele Diodati

La gran parte di questo volume è occupata da materia relativamente poco densa, il cui compito principale è partecipare al trasporto dell’energia dal nucleo verso la superficie. La parte che ci interessa, invece, è una piramide più piccola, che costituisce la sommità della prima e ha il vertice nel centro del Sole e la base più o meno a $175\,000\,\text{km}$ dal centro: è una porzione ritagliata nel nucleo solare, dove si produce tutta l’energia che sarà poi emessa all’esterno, passando infine anche attraverso quel metro quadro da cui siamo partiti e che si trova, lontanissimo, sulla superficie del Sole. Il volume di questa piramide interna, la cui base quadrata ha i lati di poco più di $25\,\text{cm}$, è di circa $3\,683\,000$ metri cubi.

Tiriamo le somme del ragionamento: ogni singolo metro quadro di superficie solare è l’unica valvola di sfogo di una sottostante fornace nucleare di $3{,}68$ milioni di metri cubi di volume. Sappiamo dai calcoli precedenti che, in media, un metro cubo di materia nel nucleo solare produce $16{,}84\,\text{W}$. Se moltiplichiamo questo valore per i $3{,}68$ milioni di metri cubi della porzione di nucleo che giace sotto ciascun metro quadro di superficie solare, otteniamo un totale di $62\,036\,000\,\text{W}$, cioè $6{,}203 \times 10^7\,\text{J/s}$, che corrisponde, con le dovute approssimazioni, all’energia emessa da un metro quadro di superficie solare, calcolata a partire dal valore della costante solare.

Il frenetico ping-pong dei fotoni nelle regioni interne del Sole e i moti convettivi che dominano negli strati esterni rimescolano tutto (parleremo di questi argomenti più avanti): quindi — è bene chiarirlo — non c’è un rapporto diretto tra l’energia irradiata da un qualunque metro quadro di superficie solare e l’energia prodotta negli strati profondi del nucleo posti perpendicolarmente sotto di esso. Tuttavia il rapporto tra superficie e volume resta, nel complesso, quello che abbiamo indicato.

Il Sole, in sostanza, è come un gigantesco forno sferico che consuma lentissimamente la sua grande scorta di combustibile nucleare, avendo a disposizione solo una superficie limitata attraverso cui scaricare all’esterno l’energia prodotta e accumulata nelle sue viscere. Solo vedendo le cose in questo modo acquista un senso il fatto che un misero metro quadro di superficie solare possa erogare milioni di watt, mentre l’energia prodotta dalla fusione nucleare nelle profondità del Sole è nell’ordine dei pochi watt per metro cubo. Quel metro quadro sulla superficie agisce, insomma, come una specie di casello autostradale: canalizza tutto il traffico e crea una lunghissima coda, perché è l’unica via di fuga dell’energia verso l’esterno.

L’odissea dei fotoni nel “flipper” solare#

L'argomento in breve

Se i fotoni gamma prodotti dalla catena p-p trovassero subito la via verso l’esterno del Sole, la Terra sarebbe da lungo tempo un pianeta sterile e senza vita. Per nostra fortuna, ogni fotone altamente energetico prodotto nel corso di un evento di fusione nucleare deve affrontare un’odissea di rimbalzi, assorbimenti e riemissioni prima di trovare la strada verso l’esterno. Questo lungo processo può durare $170\,000$ anni o forse più e la radiazione che alla fine sfugge nello spazio è ridotta in frequenza ed energia, non costituendo più un pericolo per la vita.

Un altro fatto controintuitivo, determinato dalla struttura interna del Sole, è la lentezza del trasporto verso la superficie della radiazione elettromagnetica prodotta nel corso delle reazioni di fusione nucleare.

Come abbiamo visto, durante un’esecuzione della catena p-p vengono prodotti due positroni, che finiscono immediatamente annichiliti nella collisione con altrettanti elettroni6. In ognuno di questi eventi si producono fotoni gamma, cioè il tipo di radiazione elettromagnetica dotato di maggiore energia e di minore lunghezza d’onda.

Ciascuno dei due fotoni prodotti in queste reazioni trasporta un’energia di $8{,}17 \times 10^{-14}\,\text{J}$, pari a $0{,}51\,\text{MeV}$ (per una definizione di queste unità di misura, si veda la tabella delle unità di misura). La luce visibile, per confronto, possiede un’energia di gran lunga inferiore: dai $2{,}8 \times 10^{-19}\,\text{J}$ della luce rossa (pari a $1{,}748\,\text{eV}$) ai $4{,}2 \times 10^{-19}\,\text{J}$ della luce blu ($2{,}621\,\text{eV}$). Un fotone gamma prodotto nel nucleo solare trasporta in media, dunque, $200\,000$ volte più energia della luce visibile.

Se questi fotoni gamma viaggiassero senza incontrare ostacoli, raggiungerebbero la superficie solare e, di lì, lo spazio esterno in poco più di due secondi. Sulla Terra non riceveremmo la luce e il calore che consentono alla vita di esistere e prosperare, ma solo un profluvio di radiazioni ad altissima energia, in grado di sterilizzare ogni cosa.

Tra le variabili che influenzano l'opacità alla radiazione vi è la densità
Figura 15 — Tra le variabili che influenzano l’opacità alla radiazione vi è la densità. Altre variabili sono la temperatura, il grado di ionizzazione e la specie atomica. Crediti: James Schombert, University of Oregon (modificato)

Fortunatamente la composizione interna del Sole rende il viaggio dei fotoni gamma verso l’esterno estremamente difficile. E, soprattutto, li degrada fino a lunghezze d’onda non pericolose per la vita. A causa dell’altissima densità del plasma, l’interno del Sole, fino a un raggio di circa $500\,000\,\text{km}$, costituisce per la radiazione elettromagnetica una sorta di immenso labirinto. Non appena creato, infatti, un fotone gamma, a seconda della densità e dell’opacità locali, percorre in media non più di $0{,}1$–$0{,}5\,\text{mm}$ prima di terminare bruscamente la propria esistenza nella collisione con un elettrone o, molto più raramente, con un nucleo atomico (la sezione d’urto di un protone è $10^8$ volte minore di quella di un elettrone).

La collisione tra un fotone e un elettrone fu studiata e descritta dal fisico Arthur Compton nel 1923, che per questa scoperta ottenne il premio Nobel nel 1927. L’importanza dell’effetto Compton, così chiamato in suo onore, consiste nell’aver fornito una prova indiscutibile della natura non solo ondulatoria, ma corpuscolare della luce. Compton riuscì infatti a dimostrare che un fotone, quasi fosse un oggetto materiale, può impattare contro un singolo elettrone trasferendogli momento ed energia così da cambiarne la traiettoria e la velocità.

Schema dell'effetto Compton
Figura 16 — Schema dell’effetto Compton. La traiettoria del fotone emesso dopo la collisione dipende dall’angolo con cui l’elettrone è rimbalzato. Si tratta di uno scattering anelastico: l’energia cinetica iniziale, cioè, non si conserva, ma viene in parte trasferita all’elettrone. Ecco perché il fotone emesso dopo la collisione ha meno energia del primo (dunque maggiore lunghezza d’onda). Credit: Science Calculators

Nella collisione il fotone finisce assorbito dall’elettrone, che successivamente emette un altro fotone, dotato generalmente di lunghezza d’onda maggiore (e quindi di minore energia) nonché di una traiettoria differente. La traiettoria del nuovo fotone dipende dall’angolo con cui l’elettrone è rimbalzato dopo la collisione. Tutto ciò somiglia molto a quello che accade nel gioco del biliardo, quando il boccino colpisce la palla: l’angolo di rimbalzo del boccino dipende dall’angolo di rimbalzo della palla. La differenza principale col biliardo è che, nell’effetto Compton, non c’è un unico “boccino”, ma due: il primo fotone, che scompare al momento della collisione, e quello emesso successivamente, differente dal primo per lunghezza d’onda e momento.

A causa dell’enorme quantità di elettroni liberi presenti nel plasma solare, le collisioni tra fotoni ed elettroni, nonché tra elettrone ed elettrone, sono onnipresenti e continue. È stato calcolato che un fotone gamma emesso nel corso di una reazione della catena p-p dà origine a non meno di $10–12$ quadrilioni di collisioni ($1{,}0$–$1{,}2 \times 10^{25}$), prima che i fotoni prodotti in questa serie di eventi riescano ad uscire dalla regione attraverso cui l’energia si diffonde per radiazione.

Se si potessero visualizzare tutte le traiettorie di tutti i fotoni generati a partire da un singolo fotone gamma all’interno del Sole, otterremmo l’immagine di un cammino super-contorto, infinitamente lungo, simile al vagabondare erratico degli ubriachi. La differenza è che tutti i fotoni si muovono, inevitabilmente, alla velocità della luce. La lunga durata del loro viaggio all’interno della massa solare è dovuta solo all’immenso numero di assorbimenti e riemissioni e alla lunghezza complessiva di tutti i brevi tratti percorsi tra una collisione e l’altra.

Simulazione MATLAB del cammino casuale dei fotoni all'interno del Sole
Figura 17 — Una simulazione eseguita con MATLAB del cammino casuale (random walk) dei fotoni all’interno del Sole, fatto da una serie interminabile di assorbimenti e riemissioni. La simulazione è stata creata impostando un limite di $2\,000\,000$ di passi, che rappresenta una frazione minuscola del numero complessivo di interazioni generate da un fotone gamma all’interno del Sole (stimato in $10^{25}$). Crediti: Purpy Pupple/Wikimedia

Ma qual è poi questo tempo? Ci sono in proposito stime differenti: alcuni sostengono che siano sufficienti alcune migliaia di anni dalla creazione di un fotone gamma fino all’uscita dalla fotosfera della corrispondente radiazione, degradata a lunghezze d’onda maggiori. Altri studiosi propongono tempi molto più lunghi, da un milione fino a $20$ milioni di anni.

In realtà nessuno sa esattamente quanto duri questo viaggio. L’unica cosa più o meno certa è che dura moltissimo tempo. Le stime si basano per lo più su modelli matematici che simulano l’“odissea” dei fotoni a partire da una serie di parametri che descrivono la struttura interna del Sole. L’attendibilità delle stime dipende, naturalmente, da quanto sono “azzeccati” i valori dei parametri utilizzati, come ad esempio il gradiente di densità e di opacità dal nucleo fino al confine esterno della regione in cui l’energia si diffonde per radiazione. Purtroppo non si può sezionare il Sole per verificarne l’esattezza: dobbiamo limitarci alle costruzioni teoriche, parzialmente supportate da conferme ricavate per via indiretta (per esempio dall’eliosismologia).

Le stime del tempo necessario affinché l’energia prodotta nel nucleo raggiunga la superficie variano a seconda dei modelli di densità e opacità adottati. Il calcolo classico di Mitalas & Sills (1992), basato su un modello solare realistico, dà un valore medio di circa $170\,000$ anni. Altre stime, più semplici o basate su differenti profili di densità, oscillano tipicamente tra alcune decine di migliaia e qualche centinaio di migliaia di anni. In ogni caso si tratta di un intervallo di tempo enormemente più lungo dei due secondi che un fotone impiegherebbe in linea retta per attraversare il raggio solare.

La cosa ancora più curiosa è che i neutrini che vengono registrati da appositi rilevatori qui sulla Terra sono stati creati poco più di otto minuti prima nel nucleo solare (i neutrini attraversano la materia praticamente indisturbati), mentre la radiazione prodotta nelle stesse reazioni dovrà aspettare decine o centinaia di migliaia di anni prima di raggiungere il nostro pianeta.

Come è fatto dentro?#

L'argomento in breve

Al centro del Sole c’è un nucleo denso e caldissimo, in cui l’elio sta progressivamente sostituendo l’idrogeno. Al di fuori del nucleo c’è una zona meno densa, nella quale la fusione non può più avvenire. È la zona radiativa, nella quale il trasporto dell’energia verso l’esterno avviene appunto per radiazione. A circa 500.000 km dal centro c’è una zona scoperta negli anni ‘90, chiamata tachocline. Si tratta di una sottile regione spessa alcune decine di migliaia di chilometri, che presenta un forte gradiente nella rotazione differenziale. Situata al confine tra zona radiativa e zona convettiva, ha una velocità angolare che varia rapidamente con la profondità e la latitudine7. Oltre la tachocline, la diminuzione della densità e l’aumento dell’opacità fanno sì che il trasporto dell’energia verso la superficie del Sole avvenga attraverso il movimento ascendente e discendente di celle convettive. È la cosiddetta zona convettiva, che giunge fino alla fotosfera.

Quali che siano i tempi effettivi di diffusione della radiazione all’interno del Sole, è importante comprendere il meccanismo con cui l’energia prodotta nel nucleo raggiunge infine lo spazio esterno. A tal fine, dobbiamo capire innanzitutto com’è fatto il Sole all’interno.

Abbiamo visto che c’è un nucleo, densissimo e massiccio, esteso per un raggio di circa $175\,000\,\text{km}$ a partire dal centro, all’interno del quale avviene la quasi totalità delle reazioni di fusione nucleare, grazie alle sue condizioni estreme di temperatura e pressione.

Il nucleo non ha un confine preciso, ma sfuma gradualmente in una regione più esterna, la zona radiativa, che ha densità e temperatura insufficienti a sostenere le reazioni di fusione nucleare, ma è abbastanza trasparente da rendere possibile la diffusione dell’energia per radiazione. La temperatura alla base della zona radiativa è di circa $7\,000\,000\,\text{K}$, ma scende fino a $2\,000\,000\,\text{K}$ al suo confine esterno; la sua densità, invece, sfuma gradualmente da $20\,\text{g/cm}^3$ fino a soli $0{,}2\,\text{g/cm}^3$ (cinque volte meno di quella dell’acqua).

Quando la radiazione elettromagnetica che attraversa la zona radiativa raggiunge, infine, la superficie del Sole e poi la Terra, la sua distribuzione spettrale, centrata principalmente sulle frequenze del visibile e dell’infrarosso, mostra un’attenuazione tale dell’energia rispetto ai fotoni gamma prodotti nel nucleo, da indicare che, mediamente, ciascuno di essi ha dato origine alla produzione di alcune centinaia di migliaia di fotoni in uscita dalla fotosfera.

Tutto questo trasporto di energia avviene senza spostare materia, almeno fino al confine esterno della zona radiativa. Le particelle che compongono il plasma del nucleo e della zona radiativa si spostano, infatti, solo localmente, in ragione dell’energia cinetica che ciascuna di esse possiede. Non sono loro, insomma, a viaggiare verso l’esterno, ma solo la radiazione elettromagnetica (una volta che sia riuscita a trovare la strada).

Il nucleo e la zona radiativa formano un insieme coerente, che ruota su se stesso in modo uniforme, come hanno dimostrato gli studi di eliosismologia, con un periodo di circa $26{,}7$ giorni, corrispondente più o meno al periodo di rotazione della superficie solare intorno a $42\,^\circ$ di latitudine. Circa il $97{,}5\%$ della massa solare è contenuto nella regione costituita da nucleo e zona radiativa.

A circa $500\,000\,\text{km}$ dal centro, cioè intorno al $71\%$ del raggio solare, finisce la zona radiativa e comincia un sottile livello di transizione, chiamato tachocline. Il nome, di origine greca, vuol dire pressappoco “gradiente di velocità” e si deve a E. A. Spiegel e J.-P. Zahn, autori di uno studio pubblicato nel 1992 e primi teorizzatori di questo livello interno del Sole.

La tachocline è un luogo turbolento, che fa da confine tra la zona radiativa, verso l’interno del Sole, e la zona convettiva, che raggiunge la superficie. Mentre sotto la tachocline la rotazione è uniforme, al di sopra tutto si complica, con diverse velocità di rotazione a seconda della latitudine, determinate dai moti di rimescolamento delle celle di convezione. Nella tachocline avviene dunque una sorta di attrito tra due regioni del Sole caratterizzate da condizioni fisiche molto diverse. Questo livello di transizione ha acquisito maggiore importanza negli ultimi anni, perché si ipotizza che possa essere all’origine della dinamo che alimenta il campo magnetico solare, responsabile di importanti fenomeni che interessano la fotosfera e l’atmosfera del Sole.

Rotazione differenziale del Sole e sezione con la tachocline
Figura 18 — L’immagine a sinistra evidenzia attraverso l’uso del colore la rotazione differenziale del Sole: le regioni interne ruotano a velocità uniforme, mentre le aree superficiali ruotano più velocemente all’equatore che ai poli. Il riquadro a destra mostra il Sole in sezione. La tachocline è colorata in verde e molto esagerata in spessore. Le frecce indicano la direzione dei moti di rimescolamento all’interno di questa zona di transizione. Le linee curve nella sottostante zona radiativa sono linee di campo magnetico. La regione più esterna, colorata in giallo-arancio, è la zona convettiva. Gli archi al suo interno simulano la distribuzione e la grandezza delle celle di convezione. Crediti: D. O. Gough e M. E. McIntyre, Nature 394, 755–757 (1998)

A partire dalla base della zona convettiva il meccanismo di trasporto dell’energia cambia. La diminuzione della temperatura rispetto alle regioni più interne consente a diverse specie di atomi (carbonio, ossigeno, azoto, ferro, calcio) di trattenere almeno parzialmente i loro elettroni. Questa materia non più completamente ionizzata aumenta localmente l’opacità alla radiazione e si creano così delle sacche di squilibrio termico. In queste sacche il calore in eccesso non può essere più disperso uniformemente verso la superficie attraverso la radiazione, per cui il gas, ormai molto rarefatto, si espande e tende a salire. Si creano così degli “ascensori” che portano la materia più calda in superficie. Sono le celle di convezione, che funzionano con lo stesso meccanismo delle bolle di vapore che si formano nell’acqua in ebollizione. In questo modo il trasporto dell’energia avviene attraverso la materia, non più attraverso la radiazione. Ed è molto più rapido: si calcola che il trasferimento di gas dalla base della zona convettiva fino alla fotosfera duri non più di $30–40$ giorni.

La struttura interna del Sole
Figura 19 — La struttura interna del Sole. Crediti: ESO (modificato)

La fase finale del meccanismo della convezione è chiaramente visibile sulla fotosfera solare, ininterrottamente agitata da strutture reticolari di varia grandezza (chiamate granuli, mesogranuli e supergranuli). La materia più calda proveniente dall’interno del Sole appare più luminosa. Giunta alla superficie visibile, dove la trasparenza è nettamente maggiore, il calore in eccesso può essere disperso nuovamente per radiazione. In questo modo il plasma che arriva in superficie cede calore e si raffredda (le regioni più fredde della fotosfera appaiono, viste dalla Terra, meno luminose). Raffreddandosi si contrae, diventa più denso e tende ad affondare verso la base della zona convettiva. S’innesca in questo modo un ciclo continuo, che porta le celle meno dense, più calde e voluminose a salire verso la fotosfera, dove irradiano il calore in eccesso, e le celle ormai raffreddate a precipitare verso il basso per “ricaricarsi”.

La temperatura, che alla base della zona convettiva è di $2\,000\,000\,\text{K}$, precipita fino ai $5\,777\,\text{K}$ della fotosfera. La densità è qui di appena $(2$–$3) \times 10^{-7}\,\text{g/cm}^3$, cioè intorno a due decimillesimi della densità dell’aria al livello del mare. A causa della bassissima densità generale, la zona convettiva, nonostante un raggio di quasi $200\,000\,\text{km}$, contiene appena il $2{,}5\%$ della materia solare.

Immagine ad alta risoluzione della fotosfera solare, con una macchia solare e il tappeto di granuli
Figura 20 — Acquisita nel 2010 dall’osservatorio solare californiano BBSO con l’uso di ottiche adattive per correggere le distorsioni dell’atmosfera terrestre, quest’immagine della fotosfera solare è tra le più nitide mai ottenute. Intorno alla macchia solare centrale, grande più della Terra, è visibile l’ininterrotto tappeto dei granuli che formano la superficie visibile del Sole. Ogni granulo è grande in media circa $1\,000\,\text{km}$. Crediti: Big Bear Solar Observatory

Un perfetto termostato#

L'argomento in breve

Se il raggio del nucleo solare diminuisce, la maggiore compressione subita dalla gravità favorisce l’aumento delle reazioni di fusione nucleare. Ciò fa espandere il nucleo, riportandolo alle dimensioni di partenza. Se l’espansione supera la grandezza di equilibrio tra pressione e gravità, la minor compressione gravitazionale raffredda il nucleo e rallenta il ritmo delle reazioni di fusione, riportando di nuovo il nucleo alle dimensioni di equilibrio. Il meccanismo funziona come un termostato naturale, alimentato da un meccanismo di feedback.

Il Sole si trova in un mirabile stato di equilibrio. È un dato di fatto che ci è dimostrato dalla costante solare, la cui variazione, nel corso di circa quarant’anni di rilevazioni, non ha mai superato lo $0{,}5\%$. I dati geologici, dal canto loro, grazie per esempio alle prove dell’esistenza di acqua liquida sulla superficie terrestre fin dalle epoche più remote della storia del nostro pianeta, suggeriscono che questo equilibrio si sia conservato, con pochi sbalzi, per miliardi di anni.

Sembra quasi che una mano magica regoli la frequenza delle reazioni nucleari all’interno del Sole, in modo tale che l’energia prodotta sia esattamente quella necessaria, da un lato, a contrastare la spinta della gravità verso l’interno, e, dall’altro, a impedire aumenti indiscriminati e casuali della radiazione emessa.

Come è possibile tutto ciò? Dietro questo durevole equilibrio naturalmente non c’è alcunché di magico. È solo l’effetto della capacità naturale del Sole di funzionare come un perfetto termostato.

Il cuore del meccanismo sta nello stretto legame che esiste tra temperatura e frequenza delle reazioni di fusione nucleare: basta un lieve aumento della temperatura del nucleo per far aumentare notevolmente il ritmo degli eventi di fusione; una lieve diminuzione della temperatura, d’altro canto, ha l’effetto di abbattere drasticamente la loro frequenza.

Se, dunque, per una qualsiasi causa locale, la temperatura nel nucleo comincia a salire, gli eventi di fusione si intensificano esponenzialmente. Il rapido incremento nella produzione di energia fa aumentare la pressione termica verso l’esterno. Si rompe così, almeno temporaneamente, l’equilibrio tra pressione interna e spinta della gravità e il nucleo si espande. Espandendosi, però, comincia anche a raffreddarsi. Il raffreddamento rallenta il ritmo di fusione, finché non si ristabilisce il preesistente equilibrio tra pressione termica e gravità.

Se l’equilibrio si rompe nella direzione opposta, se cioè la temperatura del nucleo comincia a scendere, la frequenza delle reazioni di fusione si abbatte drasticamente e non c’è più sufficiente pressione termica per contrastare la spinta della gravità. Il nucleo comincia allora a contrarsi. Ma la contrazione ne aumenta inevitabilmente la densità e la temperatura, con la conseguenza di far innalzare il ritmo di fusione fino a che la pressione termica verso l’esterno non riequilibra la forza con cui la gravità preme sul nucleo, ripristinando nuovamente l’equilibrio iniziale.

Il Sole dunque contiene in sé non solo i mezzi per produrre energia per miliardi di anni, ma anche gli opportuni meccanismi di sicurezza che gli consentono di continuare a farlo con il ritmo adeguato. Può così conservare indefinitamente il proprio equilibrio idrostatico, cioè la condizione di inerzia di ogni suo punto, sottoposto all’azione di forze contrapposte (la gravità, da un lato, e la pressione termica e la pressione di radiazione dall’altro) perfettamente bilanciate.

Il Sole funziona come un perfetto termostato naturale
Figura 21 — Il Sole funziona come un perfetto termostato naturale. Crediti: Pearson 2004 (modificato)

Riassumendo, il ritmo delle reazioni di fusione nucleare è mantenuto stabile nel tempo da quello che possiamo chiamare il “respiro” del nucleo solare: un gioco di espansioni e contrazioni che agisce come un meccanismo di feedback, compensando nel modo opportuno ogni variazione nella produzione di energia all’interno del Sole. L’equilibrio idrostatico viene immancabilmente ripristinato ogni volta che le condizioni locali facciano prevalere l’una o l’altra delle forze che si contendono la stabilità del nucleo.

Se il nucleo si contrae, il raggio cresce#

L'argomento in breve

L’equilibrio garantito dal meccanismo di feedback descritto sopra ha dei limiti. Il Sole converte di continuo idrogeno in elio all’interno del nucleo. Questo processo aumenta la massa molecolare media del nucleo, il che ne causa una contrazione irreversibile. A questa contrazione segue l’aumento della pressione e della temperatura centrali, che impone al raggio stellare di espandersi, per aumentare la superficie radiante da cui disperdere la maggiore energia prodotta all’interno.

Si potrebbe pensare che la capacità di autoregolarsi come un termostato abbia consentito al Sole di splendere per miliardi di anni esattamente con la stessa energia, immutato nelle dimensioni e nella composizione interna. Ma non è così. Anche il Sole, come tutte le cose naturali, è soggetto a un’evoluzione scandita da cambiamenti, benché, nel suo caso, i cambiamenti si misurino sull’arco dei miliardi di anni: tempi inconcepibilmente lunghi per la durata ancora troppo breve della storia umana.

Ma anche i miliardi di anni, alla fine, passano. Ed è difficile credere quanto la nostra stella sia cambiata dalla prima accensione del suo motore a idrogeno fino a oggi. Quando il Sole approdò sulla sequenza principale oltre $4{,}5$ miliardi di anni fa, quando cioè cominciò a “bruciare” regolarmente idrogeno nel nucleo, aveva solo il $70\%$ della luminosità attuale ed era discretamente più piccolo (il raggio era sui $620\,000\,\text{km}$, l’$89\%$ del valore corrente). Lo sappiamo dai modelli più aggiornati di evoluzione stellare, che sono in grado di estrapolare le condizioni fisiche del Sole in ogni epoca del suo sviluppo a partire dai parametri che conosciamo bene (raggio, luminosità, massa, età, composizione chimica della fotosfera).

Come ha fatto il Sole ad aumentare tanto di luminosità e dimensioni nel corso del tempo, pur trovandosi in quella lunghissima fase stabile della vita stellare che è la sequenza principale? La spiegazione si ricava dalla fisica dei gas e ha a che fare con le conseguenze dei processi di fusione nucleare che forniscono energia alla nostra stella. Ma per capire il meccanismo abbiamo bisogno di qualche informazione preliminare.

Come abbiamo visto, al di là della produzione di energia, il risultato netto delle reazioni della catena p-p è la trasformazione di idrogeno in elio. L’elio, che è più pesante dell’idrogeno, via via che viene prodotto si accumula al centro del Sole. Con l’andar del tempo, si modifica dunque in modo sostanziale la proporzione tra idrogeno ed elio all’interno del nucleo.

Ma qual era la situazione iniziale? Diversi studi sulle abbondanze degli elementi chimici sono relativamente concordi nell’attribuire al proto-Sole una composizione così ripartita:

  • idrogeno: $71{,}5\%$ della massa totale;
  • elio: $27\%$;
  • altri elementi: $1{,}5\%$.

Le versioni più recenti del modello solare standard ci dicono però che oggi, dopo oltre quattro miliardi e mezzo di anni di fusione nucleare ininterrotta, la situazione nel nucleo è radicalmente cambiata. Al centro del Sole la frazione di idrogeno è ormai solo del $34{,}6\%$ mentre l’elio è al $63{,}3\%$: quasi il doppio. Al $5\%$ del raggio solare l’idrogeno sale al $41{,}3\%$ e l’elio scende al $56{,}6\%$. Dobbiamo arrivare al $10\%$ del raggio solare perché il rapporto si inverta, con una frazione di idrogeno del $54{,}1\%$ e una di elio del $43{,}8\%$. Ed è solo al $25\%$ del raggio solare, cioè più o meno dove terminano le reazioni di fusione nucleare, che le frazioni di massa dei due elementi diventano simili alle abbondanze originarie (idrogeno $70{,}2\%$, elio $27{,}8\%$).

La proporzione di idrogeno ed elio nel nucleo solare secondo il modello solare standard
Figura 22 — La proporzione di idrogeno ed elio nel nucleo solare secondo il modello solare standard. Crediti: Michele Diodati e NASA/SDO (solo immagine del Sole)

Tutto ciò significa che, all’interno del nucleo solare, la massa molecolare8 media è oggi nettamente maggiore che all’inizio della sequenza principale. L’elio accumulatosi “pesa” infatti circa $4$ volte più dell’idrogeno, dunque per una stessa frazione di massa composta di elio invece che di idrogeno il numero di nuclei atomici che la compongono è quattro volte minore.

Questo cambiamento nel nucleo solare ha delle conseguenze sulla pressione termica che bilancia la spinta della gravità e mantiene il nucleo in equilibrio idrostatico. Il plasma che forma il nucleo solare può essere considerato, infatti, dal punto di vista fisico come un gas ideale, la cui pressione termica $P$ è direttamente proporzionale alla temperatura $T$ e alla densità $\rho$ (la lettera greca “rho”) ma inversamente proporzionale alla massa molecolare $\mu$ (la lettera greca “mu”), come si ricava dalla cosiddetta equazione di stato dei gas perfetti:

$$ P=\frac{\rho k T}{\mu m_H} $$

Senza addentrarci nei dettagli della formula, la cosa che ci interessa ai fini dell’evoluzione del Sole è che il progressivo aumento della massa molecolare media9 del nucleo fa diminuire la pressione termica verso l’esterno (la pressione di radiazione, un altro fattore che contribuisce a controbilanciare la gravità, può essere trascurata nel caso del Sole, perché vale non più dell’$1\%$ della pressione totale diretta verso l’esterno).

Ma la massa solare che insiste sul nucleo è sempre la stessa, dunque si crea uno squilibrio tra gravità e pressione termica, a vantaggio della gravità. La conseguenza è che il nucleo, o almeno la parte di esso in cui domina l’elio, si contrae sotto la spinta della gravità, diventa più piccolo. È un fenomeno controintuitivo: l’accumulo di una massa maggiore (a causa della frazione ora dominante di elio), invece di causare l’espansione del volume che la contiene, ne causa la contrazione.

In seguito alla contrazione, la densità della materia nel nucleo aumenta e finisce per innalzarsi anche la temperatura. Nel range di temperature tipico del nucleo solare, il tasso di produzione di energia della catena p-p cresce approssimativamente con la quarta potenza della temperatura ($\varepsilon \propto T^4$). Pertanto, anche una variazione relativamente piccola di temperatura produce quindi un cambiamento significativo del ritmo di fusione. Ne consegue una notevole crescita della produzione di energia e quindi della luminosità. Così l’equilibrio idrostatico si ristabilisce nuovamente e in modo molto veloce. Ma stavolta a spese di un cambiamento definitivo della stella: l’aumento della luminosità e del raggio totale (e dunque del volume e della superficie esterna). In sostanza la stella cresce di dimensioni per avere una maggiore superficie da cui irradiare la maggiore quantità di energia prodotta al suo interno, in conseguenza dell’aumento della temperatura del nucleo.

Aumento di luminosità e raggio del Sole nel corso della sequenza principale
Figura 23 — Il Sole appena approdato sulla sequenza principale aveva il $70\%$ della luminosità attuale e l’$89\%$ del raggio. L’aumento delle dimensioni e della luminosità con il procedere del tempo trascorso sulla sequenza principale sono una conseguenza della progressiva contrazione del nucleo, dovuta all’aumento della massa molecolare media. Crediti: Michele Diodati

La differenza con la funzione di “termostato” descritta in precedenza è che l’aumento della massa molecolare media dovuto alla trasmutazione dell’idrogeno in elio è un cambiamento irreversibile. Dall’elio non può venir ricreato l’idrogeno: non c’è modo di riportare il nucleo alle condizioni originarie (anche se possono avvenire occasionalmente dei fenomeni di rimescolamento che cambiano le proporzioni locali tra massa di idrogeno e massa di elio).

Pertanto, con il passare dei miliardi di anni una stella di sequenza principale come il Sole evolve inevitabilmente in modo da avere un nucleo via via più piccolo, più denso, più caldo e più massiccio, composto prevalentemente da elio, mentre il resto della stella, a causa del progressivo incremento della produzione di energia, diventa via via più grande, più luminoso e meno denso.

Fuori dalla zona abitabile!#

L'argomento in breve

Il progressivo aumento della massa di elio nel nucleo del Sole ha come conseguenza l’espansione irreversibile del raggio solare e l’aumento progressivo dell’energia irraggiata. Per via di questo fenomeno, entro circa un miliardo di anni la Terra sarà diventata un deserto bollente, arido e inabitabile. In quel periodo, tuttavia, Marte vivrà probabilmente una nuova era umida e ritornerà ad essere un luogo favorevole alla vita per come la conosciamo.

Una cosa che per ora nessuno riesce a spiegare è come sia stato possibile per la proto-Terra mantenere temperature medie tutto sommato non molto diverse da quelle attuali in un’epoca in cui il Sole era tra il $20$ e il $30\%$ meno luminoso di oggi. Eppure i dati climatici ricavabili dagli indicatori geologici testimoniano che senza alcun dubbio, oltre tre miliardi di anni fa, vi era acqua liquida in superficie; e i fossili più antichi mostrano che esistevano specie di batteri in tutto simili ai loro discendenti che popolano attualmente il pianeta.

Un’ipotesi piuttosto diffusa è che la Terra delle origini fosse molto più “abile” di oggi nell’intrappolare il calore ricevuto dal Sole. Ciò a causa, forse, di una minore copertura nuvolosa generale (il bianco delle nuvole riflette nello spazio una notevole quantità di radiazione incidente) oppure per una maggiore presenza di gas serra nell’atmosfera: metano, anidride carbonica, vapore acqueo. O per una combinazione di entrambi i fattori. Non lo sappiamo. Quel che è certo è che tutti i modelli di evoluzione stellare concordano sulla minor luminosità del giovane Sole, mentre, d’altro canto, sappiamo che la vita, sia pure unicellulare, ha attecchito e prosperato sul nostro pianeta fin da epoche remotissime.

Ma, se questo ipotetico effetto serra primordiale ebbe conseguenze positive per la vita sulla Terra, quello che ci sarà da qui a un miliardo di anni avrà invece un effetto catastrofico, tale da far impallidire i cambiamenti climatici in atto negli ultimi decenni. Secondo uno studio pubblicato nel 2008, la luminosità media del Sole cresce a un ritmo dell’$1\%$ ogni $110$ milioni di anni. Ciò vuol dire che entro più o meno un miliardo di anni a partire da ora la Terra sarà investita stabilmente da una quantità di calore maggiore del $10\%$ di quella attuale10.

Questo sbalzo di temperatura ci porterà fuori dalla cosiddetta zona abitabile, cioè quell’anello di spazio orbitale all’interno della quale l’irradiazione solare ha la giusta intensità per consentire la presenza di acqua liquida sulla superficie di un pianeta roccioso come la Terra. Al momento presente, alla distanza di $1$ unità astronomica dal Sole, ci troviamo presso il margine interno della zona abitabile, che, per il sistema solare, si estende tra $0{,}95$ e $1{,}37$ unità astronomiche. Quel $10\%$ di radiazione in più sposterà il margine interno della zona abitabile oltre la nostra distanza orbitale media di 1 unità astronomica, esponendo la Terra al rischio di sviluppare condizioni climatiche paragonabili a quelle di Venere.

Rappresentazione grafica della zona abitabile del sistema solare
Figura 24 — Rappresentazione grafica dell’attuale zona abitabile del Sistema Solare, a $4{,}6$ miliardi di anni di età. La Terra e Marte si trovano al suo interno.

La prima conseguenza sarà un effetto serra umido di portata planetaria: gli oceani e i mari evaporeranno e l’atmosfera si riempirà di vapore acqueo. Poi la radiazione ultravioletta farà il resto: il vapore acqueo verrà scisso in OH e atomi di idrogeno libero, i quali, grazie alla loro leggerezza, sfuggiranno a poco a poco nello spazio esterno, non più trattenuti dalla gravità. Così la massa di vapore acqueo nell’atmosfera a poco a poco si dissolverà del tutto, lasciando un pianeta arido e bruciato dal Sole. Marte, nel frattempo, acquisterà un clima più temperato e, dunque, se nei milioni di anni precedenti la catastrofe saremo riusciti a terraformare il pianeta rosso, quella sarà la nuova casa verso cui l’umanità superstite, volente o nolente, dovrà trasferirsi.

Non possiamo conoscere fin da ora i dettagli esatti del processo che renderà la Terra inabitabile. Ci sono troppe variabili in gioco e non abbiamo la capacità di prevedere la loro evoluzione ed interazione reciproca: non sappiamo quale sarà l’effetto combinato di:

  • copertura nuvolosa;
  • quantità e tipo di gas serra nell’atmosfera;
  • capacità del pianeta e della biosfera di mettere in atto meccanismi in grado di attutire e ritardare il processo di riscaldamento globale.

Ma quel che è certo è che la luminosità solare crescerà in modo inesorabile e arriverà senz’altro il momento in cui la vita su questo pianeta sarà divenuta impossibile. Una scadenza tragica, ma inevitabile!

Il Sole, intanto, del tutto indifferente al nostro destino, proseguirà il suo cammino sulla sequenza principale, continuando ad accumulare elio nel nucleo, ad espandersi e ad aumentare la sua temperatura superficiale e il calore irradiato.

All’età di $7{,}13$ miliardi di anni (cioè fra circa $2{,}5$ miliardi di anni), raggiungerà la sua temperatura superficiale più elevata: $5820\,\text{K}$, a fronte dei $5777\,\text{K}$ odierni. Il raggio sarà allora $1{,}11$ volte il raggio attuale ($772\,500\,\text{km}$ invece di $696\,000\,\text{km}$), mentre la luminosità sarà cresciuta di oltre un quarto. Fortunatamente ci saremo già estinti — o saremo emigrati altrove — da almeno un miliardo e mezzo di anni.

Alla fine della sua permanenza sulla sequenza principale, cioè all’età di $10$ miliardi di anni, il Sole raggiungerà un raggio maggiore del $37\%$ rispetto a quello attuale: ben $953\,000\,\text{km}$! A quell’epoca, ma già da molto tempo prima, dalla Terra non saranno più visibili eclissi totali: il diametro angolare del Sole sarà diventato, infatti, talmente grande da non poter essere più oscurato completamente dal disco della Luna. Se mai ci sarà qualcuno sulla Terra a osservare lo spettacolo, vedrà solo un’occultazione parziale, al culmine della quale apparirà un brillantissimo anello solare intorno al disco scuro della Luna. Il Sole avrà intanto raggiunto una luminosità superiore dell’$84\%$ a quella odierna, anche se la temperatura della fotosfera sarà leggermente calata a $5751\,\text{K}$, in virtù del notevole aumento della sua superficie.

Variazione dell'estensione della zona abitabile tra oggi e la fine della sequenza principale
Variazione dell'estensione della zona abitabile tra oggi e la fine della sequenza principale
Figura 26 — La variazione nell’estensione della zona abitabile tra il presente (immagine sopra: $4{,}57$ miliardi di anni dall’inizio della sequenza principale) e l’epoca in cui, fra più di $5$ miliardi di anni (immagine sotto), terminerà la sequenza principale. Il Sole sarà allora molto più luminoso e grande di adesso. Ma la Terra raggiungerà il margine interno della zona abitabile, e quindi la fine di ogni possibilità di vita sul pianeta, già fra un miliardo di anni. Crediti: Michele Diodati

La fine della sequenza principale coinciderà con l’esaurimento delle scorte utili di idrogeno nella zona centrale del nucleo. Comincerà allora la fase finale della vita del Sole: un caotico e movimentato susseguirsi di espansioni e contrazioni, che lo porteranno a diventare prima una gigante rossa e infine una nana bianca. Ma di questa lunga e intricata storia parleremo un’altra volta.

Quanto dura la sequenza principale?#

L'argomento in breve

Tutte le fonti sono concordi nel definire in dieci miliardi di anni la permanenza del Sole sulla sequenza principale. Vediamo con quali calcoli si arriva a questo totale.

Concludiamo con una curiosità. Tutti gli autori concordano nell’indicare la durata della permanenza del Sole sulla sequenza principale in dieci miliardi di anni. Ma come si arriva a questa cifra?

Si parte dall’assunto che l’idrogeno utilizzabile nel nucleo per le reazioni di fusione sia il $10\%$ della massa totale del Sole, cioè $1{,}988 \times 10^{29}\,\text{kg}$ (la massa totale è, lo ricordiamo, $1{,}988 \times 10^{30}\,\text{kg}$). Il passo successivo consiste nel calcolare quanta energia può essere prodotta con le reazioni della catena p-p convertendo completamente questa massa di idrogeno in elio. Sappiamo che la massa convertita in energia è solo lo $0{,}71\%$ del totale e che dobbiamo moltiplicarla per il quadrato della velocità della luce, se vogliamo conoscere l’energia generata dal Sole durante l’intera sequenza principale. Svolgiamo dunque i calcoli appropriati:

$$(0{,}0071)(1{,}988 \times 10^{29}\,\text{kg})(2{,}997 \times 10^8\,\text{m/s})^2=1{,}268 \times 10^{44}\,\text{J}$$

Il risultato è una quantità di energia spaventosa: $126{,}8$ settilioni di joule. Se volessimo scrivere il numero per intero, senza usare la notazione scientifica, sarebbe così: $126\,800\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,000\,\text{J}$. Questo numero quasi incomprensibile rappresenta la produzione totale (presunta) di energia da parte del Sole durante l’intera sequenza principale.

Schema strutturale di una stella in equilibrio idrostatico durante la sequenza principale
Figura 27 — Schema strutturale di una stella in equilibrio idrostatico durante la sequenza principale. Lo schema mostra che nel nucleo c’è idrogeno che viene fuso in elio, mentre nell’involucro esterno c’è soprattutto idrogeno.

Ma quanto dura infine questa benedetta sequenza principale? Per saperlo, non ci resta che dividere l’energia totale prodotta dal Sole per l’energia emessa in un secondo, che già conosciamo:

$$\frac{1{,}268 \times 10^{44}\,\text{J}}{3{,}827 \times 10^{26}\,\text{J}}$$

Ne ricaviamo una durata totale di $3{,}311 \times 10^{17}$ secondi. Poiché un anno contiene $3{,}154 \times 10^7$ secondi, un’ultima divisione ci indicherà la durata in anni della sequenza principale:

$$ \frac{3{,}311 \times 10^{17}}{3{,}154 \times 10^7}=1{,}05 \times 10^{10} $$

Il risultato che otteniamo è $1{,}05 \times 10^{10}$, cioè poco più di dieci miliardi di anni, in buon accordo con il valore indicato dalla quasi totalità delle fonti.

È quasi inutile ricordare che si tratta di una durata approssimativa: non tiene conto della variazione di luminosità del Sole durante il lungo attraversamento della sequenza principale e assume che la quantità di idrogeno utilizzabile per la fusione corrisponda esattamente al $10\%$ della massa attuale. Ma è la migliore predizione di cui disponiamo sulla durata complessiva della fase principale della vita della nostra stella.

Una tabella riassuntiva#

Non potevamo concludere questa lunga “abbuffata” di numeri senza una ricca tabella riassuntiva. Può servire per dare uno sguardo d’insieme ai principali parametri solari descritti nelle sezioni precedenti, ma forse anche per tenere a mente quanto la nostra esistenza sia continuamente e indissolubilmente legata, nel bene e nel male, ai numeri che regolano i complessi meccanismi di funzionamento del Sole.

ParametroValore
Raggio$696\,342\, (\pm 65)\,\text{km} = 109$ raggi terrestri
Massa$1{,}988 \times 10^{30}\,\text{kg} = 332\,946$ masse terrestri
Area della fotosfera$6{,}093 \times 10^{18}\,\text{m}^2 = 11\,946$ aree terrestri
Volume$1{,}412 \times 10^{27}\,\text{m}^3 = 1{,}304 \times 10^6$ volumi terrestri
Irradiazione solare totale$1361\,\text{W/m}^2$
Temperatura efficace$5\,777\,\text{K}$
Luminosità bolometrica$3{,}827 \times 10^{26}\,\text{W}$
Età in miliardi di anni$4{,}57\, (\pm 0{,}005)$
Densità media$1{,}408\,\text{g/cm}^3$ (Terra $= 5{,}514\,\text{g}/\text{cm}^3$)
Densità centrale$153\,\text{g/cm}^3$
Pressione centrale$2{,}357\times 10^{16}\,\text{Pa} = 2{,}357 \times 10^{11}\,\text{bar}$
Temperatura centrale$15\,620\,000\,\text{K}$
Temperatura d’innesco della fusione$10\,000\,000\,\text{K}$
Raggio del nucleo$175\,000\,\text{km}$
Volume del nucleo$2{,}245 \times 10^{25}\,\text{m}^3 = 20\,730$ volumi terrestri
Massa del nucleo$9{,}942 \times 10^{29}\,\text{kg} = 50\%$ massa solare
Raggio di $1$ protone$0{,}8\,\text{fm}$
Raggio d’azione dell’interazione forte$1{,}4\,\text{fm}$
Barriera di Coulomb tra due protoni distanti $1\,\text{fm}$$2{,}3\times10^{-13}\,\text{J}$
Totale protoni nel Sole$1{,}04 \times 10^{57}$
Totale protoni nel nucleo$5{,}2 \times 10^{56}$
Totale protoni nel nucleo per $\text{cm}^3$$2{,}31 \times 10^{25}$
Totale protoni al centro del Sole per $\text{cm}^3$$5 \times 10^{25}$
Velocità media dei protoni al centro del Sole$621\,\text{km/s}$
Interazioni tra protoni nel nucleo$\sim10^{64}/\text{s}$
Numero di protoni che entrano in reazioni di fusione nucleare$3{,}574 \times 10^{38}/\text{s}$
Numero di nuclei di elio creati in reazioni di fusione nucleare$8{,}932 \times 10^{37}/\text{s}$
Massa convertita in energia in un ciclo della catena p-p$0{,}0477 \times 10^{-27}\,\text{kg} = 0{,}71\%$ della massa di $4$ protoni
Energia prodotta in un ciclo della catena p-p$4{,}287 \times 10^{-12}\,\text{J}$
Energia ricavata dalla fusione di $1\,\text{kg}$ di idrogeno$6{,}381 \times 10^{14}\,\text{J} = 177{,}3\,\text{GWh}$
Massa convertita in energia nella fusione di $1\,\text{kg}$ di idrogeno$7{,}1\,\text{g}$
Massa convertita in elio nella fusione di $1\,\text{kg}$ di idrogeno$992{,}9\,\text{g}$
Idrogeno usato nella fusione nucleare nel Sole$5{,}9796875 \times 10^{11}\,\text{kg/s}$
Massa convertita in energia$4{,}26 \times 10^9\,\text{kg/s}$
Elio prodotto nelle reazioni di fusione$5{,}9370875 \times 10^{11}\,\text{kg/s}$
Energia media irradiata alla superficie del Sole$6{,}281 \times 10^7\,\text{W/m}^2$
Energia media prodotta dalla fusione nel nucleo$16{,}84\,\text{W/m}^3$
Energia prodotta dal Sole in un anno$1{,}207 \times 10^{34}\,\text{J}$
Energia prodotta dal Sole in un miliardo di anni$1{,}207 \times 10^{43}\,\text{J}$
Energia prodotta nell’intera sequenza principale$1{,}267 \times 10^{44}\,\text{J}$
Durata della sequenza principale in miliardi di anni$1{,}05 \times 10^{10}$
Perdita di massa dovuta alle reazioni di fusione$6{,}754 \times 10^{-14}$ masse solari/anno
Perdita di massa in reazioni di fusione in $4{,}57$ miliardi di anni$6{,}14 \times 10^{26}\,\text{kg} = 102{,}8$ masse terrestri

  1. La tabella adotta la cosiddetta scala lunga, tradizionalmente utilizzata in italiano per la denominazione dei grandi numeri. In tale sistema, ogni termine in -ione vale un milione di volte il precedente: per esempio, un bilione corrisponde a $10^{12}$, un trilione a $10^{18}$ e un quadrilione a $10^{24}$. I termini in -iardo indicano invece il valore intermedio, mille volte superiore al corrispondente termine in -ione: un biliardo vale $10^{15}$, un triliardo $10^{21}$. Nell’inglese degli Stati Uniti si usa invece generalmente la scala corta, nella quale billion corrisponde a $10^9$, trillion a $10^{12}$ e quadrillion a $10^{15}$. Di conseguenza, il termine italiano bilione non equivale all’inglese americano billion, bensì a trillion; analogamente, trilione equivale a quintillion. ↩︎

  2. Nella versione con la composizione chimica di riferimento (GS98) che meglio concorda con i dati elio-sismologici. Le fonti sono Serenelli 2016 per la temperatura, Bahcall, Serenelli & Basu 2006 per densità e pressione, coerenti entro l’$1\%$ anche con i più recenti modelli B16 di Vinyoles et al. 2017. ↩︎

  3. Per paragone, l’ordigno nucleare più potente mai fatto esplodere dall’umanità. la bomba all’idrogeno Tsar lanciata dai sovietici nel 1961, aveva una potenza stimata in circa $50$ megaton. ↩︎

  4. Per la precisione, le masse usate qui sono le masse atomiche di idrogeno ed elio, comprensive degli elettroni: la differenza tiene conto automaticamente anche dell’energia liberata dall’annichilazione dei due positroni emessi nella catena. ↩︎

  5. Esistono anche altri percorsi secondo cui può avvenire la fusione di nuclei di idrogeno in nuclei di elio, ma quello che abbiamo descritto nel testo è di gran lunga il meccanismo principale. ↩︎

  6. Lo scontro tra una particella di materia (l’elettrone) e una di antimateria (il positrone) produce l’annichilazione istantanea di entrambe con l’emissione di energia sotto forma di fotoni gamma. ↩︎

  7. Si ipotizza che questa regione giochi un ruolo importante nella dinamo che genera il campo magnetico solare, anche se i dettagli del meccanismo sono ancora oggetto di ricerca. ↩︎

  8. Per massa molecolare s’intende il rapporto tra la massa di una data quantità di una sostanza e il numero di unità elementari, per esempio nuclei atomici, che la compongono. ↩︎

  9. L’aumento della massa molecolare $\mu$ non è dovuto solo alla presenza dell’elio in sé, ma al fatto che $4$ particelle libere ($4$ protoni $+ \;4$ elettroni $= 8$ particelle) vengono sostituite da $1$ nucleo di elio $+\; 2$ elettroni $= 3$ particelle, riducendo drasticamente il numero totale di particelle libere per unità di massa e abbassando la pressione di gas perfetto a parità di temperatura. ↩︎

  10. Tuttavia, le proiezioni precise su quando la Terra diventerà inabitabile dipendono fortemente dai modelli climatici. Calcoli unidimensionali più semplici tendono a prevedere l’ingresso in un regime di “effetto serra umido” o runaway entro $1–1{,}5$ miliardi di anni. Simulazioni tridimensionali più recenti (Wolf & Toon e lavori successivi) suggeriscono che il sistema climatico terrestre possa resistere più a lungo, forse fino a $1{,}5–2$ miliardi di anni o oltre, prima di raggiungere condizioni davvero catastrofiche. In ogni caso, su scale di tempo geologiche, l’aumento di luminosità del Sole è inesorabile e renderà prima o poi la Terra inabitabile per la vita così come la conosciamo. ↩︎

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